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Politica e Sanità

30 Novembre 2011

Prima del ricovero utile il farmacista


Uno studio canadese rilancia l’importanza delle competenze del farmacista ospedaliero ai fini della riduzione degli errori prescrittivi

La ricerca, questa volta, ha preso in esame un momento particolarmente critico, quello del ricovero preoperatorio. Secondo la letteratura, infatti, nel 54% dei pazienti vengono a presentarsi discrepanze indesiderate tra il regime terapeutico seguito dal paziente prima dell’arrivo in ospedale e il trattamento che segue durante e il ricovero e, presumibilmente, quello che viene prescritto al momento della dimissione. Molte sono le ragioni per cui ciò accade ma, la principale, ritengono gli autori della ricerca è la difficoltà da parte dell’�quipe multidisciplinare, a ottenere un resoconto esatto dei farmaci che il paziente normalmente assume. Una situazione potenzialmente molto pericolosa, sia per il rischio che si producano interazioni farmacologiche sia perch� l’eventuale omissione nel trattamento può prolungarsi per tutta la durata del ricovero. Un altro dato significativo, infatti, mostra che il 29% dei pazienti ricoverati smette di assumere i trattamenti per disturbi cardiovascolari nell’imminenza del ricovero, e non fa menzione della cosa. Per modificare la situazione, potenzialmente pericolosa per il paziente, si è pensato di aggiungere alla normale routine pre-ricovero un’intervista del paziente da parte del farmacista di reparto (surgical pharmacist). Con l’ausilio di un questionario ad hoc, e della sua valutazione, il farmacista provvedeva a raccoglie informazioni e a preparare la terapia alla dimissione, fatte salve le aggiunte eventualmente resesi necessarie a seguito dell’intervento.

L’indagine, terminata nel giugno 2005, ha coinvolto 464 pazienti, metà avviati al colloqui con il farmacista, l’altra ammessa in ospedale con le procedure standard (l’infermiera chiedeva al paziente quali farmaci assumesse e il chirurgo provvedeva poi alle prescrizioni alla dimissione). Nel gruppo screenato dal farmacista, si è verificata almeno una discrepanza di trattamento rispetto alle prescrizioni ambulatoriali in 41 pazienti (20.3%), mentre nel gruppo trattato come di consueto l’errore si è verificato in 86 persone (40.2%) Inoltre, si è ridotto a quasi un terzo il numero dei casi in cui l’errore era tale da poter provocare danni ai pazienti: 12.9% contro il 29,9%. In pratica, concludono gli autori, con un’intervista di 20 minuti è possibile ridurre notevolmente il rischio di errori, così come si conferma la maggiore abilità dei farmacisti nel recuperare dai pazienti le informazioni relative al farmaco.

E questa esperienza, comunque, non resta confinata ai reparti di chirurgia: l’intervista pre-ricovero può, come dimostrato in altri studi non randomizzati come questo, essere molto utile anche nei reparti di medicina. Lo studio, come detto, è stato condotto in Canada, paese nel quale esiste un Servizio sanitario nazionale analogo a quello britannico e, quindi, a quello italiano, ma nel quale evidentemente la figura del farmacista ospedaliero è decisamente più rappresentata. Malgrado i ripetuti interventi della Federazione, infatti, restano prive di questa figura molte strutture sanitarie private, e anche quelle pubbliche non hanno certo un organico tale da consentire la presenza di un farmacista clinico in ciascun reparto.

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