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Politica e Sanità

30 Novembre 2011

Per l’etico non servono spot


Ritorna in discussione alla Commissione europea la possibilità di consentire la promozione diretta al pubblico anche dei farmaci soggetti a prescrizione, sul modello statunitense. Peccato, però, che Oltreatlantico si cerchi di fare retromarcia

Alcune associazioni di tutela dei consumatori europee hanno scritto una lettera aperta a Guenter Verheugen, commissario UE all''Industria, e a quello alla Salute Markos Kyprianou, puntando il dito contro un rapporto, dell''aprile di quest''anno, in cui la Commissione apre alla possibilità  che le aziende farmaceutiche facciano pubblicità reclamizzando i loro prodotti direttamente ai consumatori. Non solo limitatamente ai prodotti OTC, ma anche a quelli etici. Nella missiva - firmata da Medicines in Forum Europe, Health Action International Europe e International Society of Drug Bulletins, che raggruppa il meglio della comunicazione indipendente sul farmaco, - si parla addirittura di ''''inganno'''' e si chiede alla Commissione europea di sostenere, sì, l''industria del farmaco ma senza dimenticare gli interessi della salute pubblica. Non è la prima volta che viene fatta questa proposta: nel 2002 era stata già bocciata dal Parlamento europeo - con ben 494 voti contrari e solo 42 favorevoli.

Eppure "la Commissione sembra voler perseguire ugualmente il suo obiettivo - accusano i mittenti della lettera - rimuovendo tutti gli ostacoli, incluse le barriere regolatorie esistenti". Il modello di riferimento è, ancora una volta, quello statunitense, come nel caso dei drugstore. Peccato che, come spesso accade, non si faccia mai riferimento fino in fondo al modello che si adotta. Negli Stati Uniti, infatti, sono invece allo studio misure per restringere in misura notevole la possibilità di pubblicizzare i farmaci etici. Una delle proposte all’esame, per esempio, prevede l’impossibilità di campagne pubblicitarie prima che siano passati due anni dall’immissione in commercio, così da avere il tempo di raccogliere i dati della farmacovigilanza. Le motivazioni alla base di questa scelta sono fondamentalmente due. La prima è la crescita della spesa sostenuta da assicurazioni e Health Maintenance Organisation, che ha nella pubblicità al consumatore uno dei suoi “motori”. L’altra è una considerazione di salute pubblica. La vera e propria crisi è cominciata nel 2004 con il  caso Vioxx. Tra i molti aspetti problematici della vicenda, infatti, c''era quello della pubblicità diretta al consumatore. Le immagini di una famosa pattinatrice che, dopo essersi allacciata i pattini, compiva le sue evoluzioni sul ghiaccio nonostante l’artrosi, avevano trovato ampia diffusione negli Stati Uniti. Il contrasto, però, con i milioni di pazienti che allettati dallo spot hanno assunto il farmaco, e hanno rischiato le ben note conseguenze cardiovascolari, è piuttosto evidente.

Tale fu il clamore che, cosa inaudita per gli Stati Uniti, all’FDA fu data la possibilità di sospendere qualsiasi campagna di prodotti con possibili problemi di sicurezza.  Mantenere questa forma di controllo, però, urterebbe contro il dettato costituzionale sulla libertà di espressione, ragion per cui il Congresso sta discutendo una legge ad hoc. La raccomandazione dell''Institute of Medicine (IOM) al riguardo è di prevedere uno speciale simbolo sul packaging dei nuovi farmaci, almeno per i primi due anni di presenza sul mercato e, appunto, l''assoluta proibizione della pubblicità diretta al pubblico. C’è poi un’altra questione, affrontata spesso dagli stessi analisti del mercato farmaceutico: per autentici campioni di vendite  come i farmaci per la disfunzione erettile si è assistito a un progressivo mutamento dei personaggi degli spot e delle campagne a stampa, divenuti sempre più giovani (e presumibilmente più sani). Insomma, sempre più bene di consumo e sempre meno farmaco.

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