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Politica e Sanità

30 Novembre 2011

Fascia C: le buone ragioni della FOFI


Ascoltati ieri alla X Commissione del senato i rappresentanti della Federazione, che hanno argomentato la netta contrarietà all’uscita di questi farmaci dal canale tradizionale

E’ stato frutto di un emendamento introdotto abbastanza rapinosamente, eppure la possibile uscita dal canale farmacia dei medicinali etici non rimborsabili (fascia C) tiene la scena come pochi altri argomenti. Ma non è una sorpresa, visto che la grande distribuzione, insoddisfatta dell’esito della vendita di OTC e SOP, ha pesantemente insistito sulla necessità di poter allargare la propria offerta. Su questo tema si è svolta ieri un’audizione di fronte alla X Commissione del Senato,  cui spetta ora l’esame del DDL “Misure per il cittadino consumatore” approvato dalla Camera il 29 maggio scorso completo dell’ormai famoso emendamento.
La Federazione nazionale degli Ordini ha partecipato all’audizione, rappresentata dal presidente Giacomo Leopardi, dal vice-presidente dott. Andrea Mandelli, e dal segretario, Maurizio Pace. La delegazione ha ribadito la netta contrarietà all’approvazione, in via definitiva, dell’emendamento sulla liberalizzazione dei farmaci di “fascia C”. Le argomentazioni sottoposte ai senatori sono riportate in un comunicato della FOFI .
In primo luogo, nella “fascia C” sono contenuti farmaci molto delicati (stupefacenti, dopanti, antipsicotici, antitumorali, anabolizzanti, pillola del giorno dopo), la cui dispensazione all’interno della struttura farmaceutica garantisce la sicurezza dei cittadini attraverso un complesso meccanismo di controlli e vigilanza posti in essere dalle autorità sanitarie. Inoltre, prosegue il comunicato, togliere alle farmacie l’esclusiva su questi farmaci, che costituiscono circa il 50% del fatturato annuo, in grado di compensare gli oneri di spesa, può comportare una progressiva riduzione della capillarità attualmente garantita sul territorio, oltretutto anche negli orari notturni. “Che cosa succederebbe, infatti” si chidede nel comunicato “se per i farmacisti delle aree rurali o periferiche diventasse più vantaggioso aprire un esercizio nelle zone più commercialmente appetibili? Semplicemente, quelle aree resterebbero prive di farmacie, a tutto danno dei cittadini”.
Ci sono poi aspetti che configgono con l’organizzazione stesa del Srìservizio farmaceutico. Incoraggiare l’apertura delle parafarmacie e dei corner della grande distribuzione, attraverso prospettive di maggiori profitti, significa far saltare i criteri che disciplinano la pianta organica, favorendo la proliferazione di esercizi senza vincoli di distanza. Gli effetti di questo processo sono stati verificati in Grecia, dove nel 1991 fu decretata la liberalizzazione delle farmacie ma, quando ci si accorse che l’aumento esponenziale di esercizi comprometteva la sostenibilità economica degli stessi, il governo, nel 1997, stabilì il blocco totale dell’apertura di nuove farmacie. Un precedente che dovrebbe far riflettere anche i farmacisti interessati a questa misura, i quali rischiano comunque - nel medio e lungo termine � di finire nelle maglie delle grandi catene multinazionali.
Infine, non va trascurato un vizio ricorrente nella presentazioni di questa politica “per il consumatore”. Anche nel caso di questa proposta di liberalizzazione, così come avvenne con il Decreto Bersani dello scorso anno, si evocano mirabolanti risparmi per i consumatori. Va ricordato, però, che i farmaci di “fascia C” sono sottoposti a prezzi fissi e unici su tutto il territorio nazionale: acquistarli in farmacia o altrove non cambia nulla per il portafoglio dei cittadini.

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