Politica e Sanità
30 Novembre 2011Liberalizzare non deve significare abbattere la pianta organica, strumento attraverso il quale lo Stato porta il servizio farmaceutico dove effettivamente è necessario. Questo il monito che il Conasfa, la federazione dei farmacisti non titolari, rivolge all’Autorità garante del mercato e della concorrenza in una lettera datata 6 ottobre, all’indomani delle dichiarazioni sulla creazione di canali alternativi alla farmacia per la distribuzione dei medicinali. A essere necessario, si legge nella nota Conasfa, «è caso mai fare ritornare la concessione per l''apertura della farmacia nelle mani delle Regioni. Quanto alla proposta di limitare la pianta organica alle sole sedi rurali, otterrebbe come effetto la migrazione dei farmacisti verso zone che promettono maggiori e più facili guadagni, producendo un danno ai cittadini». Per ottenere un risparmio per i cittadini la ricetta è quella di «rivedere i costi del servizio farmaceutico». Per esempio, attraverso «uno switch di una parte della fascia C verso le categorie Sop e Otc, l''abbassamento del quorum a 2800 abitanti, la fine della possibilità di vendere o ereditare la farmacia, un''unica graduatoria regionale da rinnovare ogni due anni mediante concorso». In difesa della pianta organica si schiera anche Annarosa Racca, presidente di Federfarma, in un intervento su Affari&Finanza del 10 ottobre. «Le attività di interesse pubblico» scrive la Racca «per garantire alla popolazione un servizio efficiente e capillare sul territorio, hanno bisogno di regole», in linea, «con quanto sostenuto dalla nostra Corte Costituzionale e dalla Corte di giustizia europea». E, nella stessa pagina è riportato anche un intervento di Andrea Mandelli, presidente Fofi, che ricorda come, «malgrado il numero chiuso, in Italia la media è di una farmacia ogni 3374 abitanti, non lontana da quella europea di una ogni 3000». Caso mai, da segnalare è «la questione dei ritardi nei concorsi».
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