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Politica e Sanità

30 Novembre 2011

Dpc, il patchwork degli accordi regionali


Si parlava di muri e solchi. La mappa nazionale della dpc è un mosaico confuso in cui si fa fatica a trovare una coerenza. Ci sono innanzitutto Regioni che praticano la distribuzione diretta senza passare per le farmacie, come la Sicilia, il Veneto, l’Abruzzo e il Friuli. E già qui andrebbero fatti doverosi distinguo, perché l’assenza di un’intesa a livello regionale è compensata in alcune Asl del territorio (nelle due regioni del Nord, per esempio) da intese locali. Poi ci sono le amministrazioni che praticano la distribuzione diretta sull’intero Pht (come Lombardia e Lazio, per esempio), quelle che stanno più strette e quelle invece che al Prontuario ospedale-territorio aggiungono del loro, come la già citata Toscana. Poi ci sono le Regioni che acquistano in regime di distribuzione diretta e poi fanno passare dalle farmacie attraverso accordi per la dpc. E qui è un altro mosaico, perché i compensi concordati con le farmacie formano un intrico di cifre e percentuali: talvolta si pratica un margine sul prezzo (come Sardegna, 6% alle urbane e 10% alle rurali, o Lombardia, 10,3% sui farmaci fino a 154 euro di prezzo al pubblico e poi a scalare) talaltra c’è una quota fissa per confezione (la Puglia 7,55 euro per le urbane e 8,55 per le rurali, il Molise da 5 a 11,50 euro grossista compreso a seconda di fatturato e categoria, l’Umbria 6 euro fino a 150mila pezzi e 4,50 euro dopo, quota per il distributore compresa). Poi ci sono le amministrazioni che riconoscono quote agevolate per le farmacie rurali e sussidiate e quelle che non fanno differenze (la Toscana, 4,50 euro a pezzo per tutti, e la Liguria, 6 euro). Infine ci sono le Regioni che praticano condizioni differenziate in base al prezzo o ai volumi: in Emilia Romagna si va dai 6,24 ai 3,84 euro per pezzo secondo fasce progressive di confezioni dispensate, nel Lazio si va da 6 a 30 euro per scaglioni di prezzo (compresa la quota al grossista). Divisi sulle cifre, i governi regionali si trovano invece d’accordo quando c’è da contrattare un rinnovo: da Nord a Sud, non c’è stata rinegoziazione che non abbia visto le farmacie cedere qualcosa, come la già citata Toscana - 50 centesimi in meno a pezzo, in cambio dei quali peraltro il sindacato ha ottenuto l’eliminazione del precedente tetto sulla spesa per dpc - e l’Umbria, dove le farmacie guadagnano un euro sulla quota a pezzo ma cedono sui rimborsi per l’integrativa. E quel che è peggio, le Regioni sono d’abitudine refrattarie a imitarsi reciprocamente quando di mezzo c’è la politica, non si fanno invece problemi quando c’è da risparmiare: l’accordo firmato quest’estate in Toscana, con quei 4,50 euro a pezzo di cui s’è detto, ha spinto qualche Asl di altre regioni a premere sulle farmacie per un ritocco verso il basso del compenso. È il federalismo, bellezza.

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