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Politica e Sanità

23 Dicembre 2011

Finanziamenti alla ricerca fermi da dieci anni


In termini di finanziamento alla ricerca negli ultimi dieci anni poco o nulla è cambiato nel nostro Paese: nel 2000 la percentuale era pari all''1,1% del totale e nel 2011 il valore oscilla tra l''1,1% e l''1,3%, con uno 0,6% proveniente da fondi pubblici e 0,5% da privati. È quanto emerge da uno studio dell''Istituto per la competitività (I-Com), presentato al Senato dalla fondazione Lilly. «L''investimento in ricerca e sviluppo è sotto la media dei paesi Ocse» afferma Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale (Cun), «e il settore trainante risulta essere quello biomedico, a cui è destinata la quota più alta degli investimenti, pari allo 0,078 % del Pil». Un altro aspetto preoccupante è che in Italia manca un''organizzazione centrale in grado di seguire il destino dei finanziamenti e questa assenza impedisce che i fondi vengano raccolti e distribuiti secondo criteri meritocratici. I nostri ricercatori rimangono comunque tra i migliori «presenti nell’1% delle ricerche più citate al mondo». Anche se l''Italia è in fondo alla classifica per numero di brevetti sviluppati in patria e sale drasticamente per produttività di brevetti all''estero. Tanto che, è stato calcolato, ogni anno l''Italia perde oltre un miliardo di euro di ricchezza, generato dai 243 brevetti che i nostri migliori 50 cervelli producono all''estero. Un valore che proiettato a 20 anni arriva a toccare quota 3 miliardi di euro. Solo nell''ultimo anno sono state brevettate 8 scoperte dai 20 migliori ricercatori italiani fuori dal suolo nazionale, per un valore di 49 milioni di euro.

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