Politica e Sanità
12 Aprile 2013Secondo uno studio pubblicato sulle pagine di Clinical Pharmacology and Therapeutics, un’attività di “mining” delle note cliniche, scritte in formato libero dai medici sulle ricette elettroniche permette di individuare i primi segni degli effetti avversi delle terapie. Ne sono autori Paea LePendu e un gruppo di ricercatori della Stanford University in California, che fanno notare come altri studi avessero già analizzato le informazioni contenute nelle prescrizioni registrate in formato elettronico. «Tuttavia – scrivono – le ricerche precedenti avevano preso in considerazione soprattutto le diagnosi codificate, le note di dimissioni oppure le informazioni per le assicurazioni. Alcuni esperti ritengono invece che nei dati codificati potrebbe mancare più del 90% degli effetti avversi che si registrano realmente». Il testo in formato libero potrebbe invece giocare un ruolo rilevante nella farmacovigilanza, «specialmente – continuano gli autori – se siamo in grado di trasformare le note scritte quotidianamente da medici, infermieri e altri professionisti in dati di più facile identificazione per i programmi di data mining». Con la loro analisi, i ricercatori californiani sono riusciti a riprodurre la nota associazione tra rofecoxib e infarto miocardico, calcolando un odds ratio pari a 1,31, laddove una ricerca effettuata sui dati codificati non era riuscita a stabilire alcuna correlazione. Complessivamente, il metodo messo a punto da LePendu e dai suoi colleghi è stato in grado di individuare un’associazione tra un singolo farmaco e i suoi effetti avversi con una Auc (area sotto la curva) del 75,3%, salita fino all’80,4% dopo gli aggiustamenti per fattori confondenti come l’età, il sesso, l’etnia o la presenza di comorbilità. Secondo gli autori, di nove farmaci su cui c’era stato un allarme dalla Fda e di cui erano disponibili dati a sufficienza, in sei casi il metodo avrebbe identificato gli effetti avversi prima della segnalazione ufficiale.
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