Politica e Sanità
15 Gennaio 2014Che piaccia o no, il Jobs Act di Matteo Renzi (Pd), una proposta in 15 punti per rilanciare l’economia e l’occupazione attraverso una riforma del mercato del lavoro, sta continuando a far discutere e anche nel mondo della farmaceutica ha trovato consensi, per esempio tra le parafarmacie (si veda Farmacista33 del 13). Siamo andati a sentire allora che cosa ne pensano i rappresentanti dei titolari, a partire da Alfredo Orlandi, presidente Sunifar, per capire quali proposte potrebbero dare slancio per una soluzione alle difficoltà economiche e occupazionali della filiera. «Il documento è interessante» spiega Orlandi «ma a servire è soprattutto la ripresa della riforma dell’università, sponsorizzata inizialmente da Fofi ma poi rimasta nel cassetto».
In che termini?
Il distacco tra contenuti di studio e mondo del lavoro è quasi incommensurabile. Innanzitutto non è più consona la commistione tra Farmacia e Chimica e tecnologia farmaceutiche. Nel primo caso sbocco naturale è la realtà della farmacia, nel secondo caso ospedali o industria, che hanno un orientamento più tecnico. Le competenze sono diverse, soprattutto quando si tratta di una realtà come la farmacia rurale. Lo studio della farmacologia a livelli approfonditi, per esempio, rischia di non trovare applicazione concreta nelle esigenze della farmacia, dove invece i bisogni vanno più verso il consiglio. Nei piccoli paesi la farmacia è spesso l’unico presidio sanitario del territorio e l’esigenza è piuttosto quella di trovare una risposta a piccoli bisogni sanitari, medicazioni, lettura analisi, i cosiddetti codici bianchi. Poi c’è il problema della pratica: l’università italiana è fatta per un 90% di contenuti teorici e solo per il 10% pratici. Chi esce dall’università non è in grado di fare nulla.
In merito alle proposte contrattuali, quali esigenze ci sono?
Per quanto ci riguarda, l’inserimento nel mondo del lavoro avviene attraverso l’apprendistato e la pratica professionale, entrambi fino a un massimo di due anni. Dovendo pensare a una revisione, credo sarebbe più opportuno eliminare il tirocinio pre-laurea, poco orientato alla professione, e demandare la preparazione alla pratica in farmacia, che permette di vedere casi e problemi reali. All’interno di un’università riformata potrebbero bastare anche sei mesi, trascorsi i quali si può pensare all’assunzione. Ma vorrei fare una riflessione: credo sia necessario un maggior impegno anche da parte dei giovani: arrivare all’apertura o alla gestione di una farmacia va visto come un percorso da costruire e, come in ogni strada, si deve partire dal piccolo per arrivare più in alto. Questo significa prendere in considerazione anche il lavoro nelle farmacie rurali, una vera gavetta che prepara alla professione a 360°, mentre capita che da noi le ricerche di personale, anche quando si tratta di una semplice sostituzione, a volte vadano a vuoto.
Sulla riduzione delle tasse per chi crea lavoro?
Sacrosanta, ma penso che il primo sostegno da mettere sul piatto sia un riconoscimento ai titolari di farmacie rurali, che spesso sono da soli e garantiscono una disponibilità alla collettività h24. Poi, sono d’accordo, fornire un sostegno a chi riesce a creare lavoro, che è sempre più difficile.
Francesca Giani
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