Politica e Sanità
12 Febbraio 2014Oltre a essere “sorvegliata speciale”, come l’ha definita il direttore generale dell’Aifa, Luca Pani durante la presentazione del Rapporto Osmed, la vitamina D è stata oggetto di numerosi studi che mettono ridimensionato i presunti benefici legati alla supplementazione. I dati segnalano un trend di crescita costante di vendite in tutto il mondo lasciano ipotizzare un utilizzo inappropriato da parte dei pazienti. In effetti il mercato globale della Vitamina D, secondo i dati resi noti da Euromonitor International, è uno dei più lucrativi e in rapida espansione nell’ambito del settore dei cosiddetti nutraceutici. Tra il 2007 e il 2012 ha fatto registrare il più alto tasso annuo di crescita composto (20%) dell’intero comparto e la crescita impetuosa sarebbe legata, secondo gli analisti, alle indicazioni contenute in diversi studi e alle raccomandazioni degli esperti, che associano l’assunzione di questa sostanza a numerosi benefici in termini di salute. Al contrario, invece, gli studi scientifici più recenti hanno ridimensionato i presunti benefici legati alla supplementazione di vitamina D, come riassunto sul sito web Aifa. Secondo una revisione sistematica pubblicata su The Lancet, quasi la metà degli adulti di età superiore ai 50 anni assume integratori a base di vitamina D, come coadiuvante nella prevenzione dell’osteoporosi. I ricercatori, guidati dal Prof. Ian Reid, hanno però verificato che l’assunzione abituale di vitamina D non ha effetti significativi sulla densità minerale ossea nè capacità di prevenire l’osteoporosi. In questi casi quindi non esistono evidenze sufficienti a sostegno dell’assunzione di integratori di vitamina D negli adulti che non presentano rischi specifici di deficienza di questa vitamina. Un’altra revisione sistematica, a cura di Autier et al., pubblicata su The Lancet - Diabetes and endocrinology, ha analizzato 450 studi, prospettici e interventistici, per determinare se vi fosse una relazione inversa tra la concentrazione di calcidiolo [25(OH)D] e l’insorgenza di varie patologie non muscolo scheletriche, tra le quali: aumento ponderale, malattie infettive, sclerosi multipla, disordini dell’umore e molti altri. La conclusione contraddice le attese perché la carenza di vitamina D sarebbe, secondo gli studiosi, un effetto della malattia e non la causa. Sarebbero dunque i processi infiammatori, coinvolti nell’insorgenza della malattia e nel decorso clinico, la causa della riduzione dei livelli di 25 (OH) D, il che spiega come mai bassi livelli di vitamina D sono riportati in concomitanza a una vasta gamma di disturbi. Allo stato attuale quindi entrambe le revisioni indicano la necessità di un ripensamento critico, alla luce delle evidenze, dell’utilità terapeutica degli integratori di vitamine e minerali, come peraltro sostenuto con forza da numerosi clinici che, in un editoriale sugli Annals of internal medicine, fanno notare: «anche se sono necessari studi futuri per chiarire l''uso appropriato degli integratori di vitamina D, l’attuale utilizzo generalizzato non è basato su prove concrete che i benefici siano superiori ai rischi».
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