Rischio cardiovascolare e patologie infiammatorie croniche. Ruolo proattivo del farmacista
In gruppo di pazienti con condizioni infiammatorie l'intervento del farmacista ha ridotto dopo sei mesi il rischio cardiovascolare del 24,5%. La ricerca sul British Medical Journal
In gruppo di pazienti con condizioni infiammatorie, l'intervento del farmacista ha ridotto, dopo sei mesi, il rischio cardiovascolare (CV) del 24,5%, come mostra una ricerca pubblicata sul British Medical Journal. Lo studio prospettico non randomizzato pre e post-intervento è stato condotto in 17 farmacie comunitarie in Alberta, Canada. Sono stati reclutati 127 pazienti adulti, con una condizione infiammatoria cronica diagnosticata dal medico (artrite reumatoide, artrite psoriasica, spondilite anchilosante, gotta, lupus eritematoso sistemico o psoriasi) e che presentavano almeno un fattore di rischio non controllato. L'età media era di 64 anni, circa i due terzi (61%) dei partecipanti erano donne e l'86% era caucasico.
Impatto dell'intervento guidato dal farmacista
Diversi studi riportano che il rischio di infarto miocardico, insufficienza cardiaca e morte CV tra i pazienti con malattia infiammatoria cronica è da due a tre volte maggiore rispetto alla popolazione generale. Tale aumento del rischio può essere spiegato dall'impatto combinato dell'infiammazione sistemica, dal carico dei tradizionali fattori di rischio delle malattie cardiovascolari (CVD) e dall'impatto di alcuni farmaci. Nonostante sia raccomandato dalle linee guida internazionali, la valutazione del rischio CV non è stato incorporato nella routine clinica quotidiana. La ricerca mostra infatti che solo il 2% dei partecipanti ha valutato il proprio rischio CV prima di prendere parte allo studio. Ciò è coerente con la letteratura, poiché è stato riportato che i livelli di consapevolezza e il rischio percepito sono bassi in questa popolazione di pazienti. Ciò evidenzia l'importanza di un approccio sistematico e proattivo dei farmacisti nell'eseguire uno screening del rischio CV in tali pazienti. Attraverso poi l'intervento del farmacista sulla terapia, sullo stile di vita, sull'educazione del paziente sulla malattia e sul trattamento prescritto, si ha una riduzione del 24,5% del rischio di eventi CV maggiori, in un periodo di 6 mesi. L'intervento è stato anche associato a riduzioni della pressione sanguigna, del colesterolo LDL e dell'emoglobina glicata (A1C). In conclusione, i farmacisti possono identificare sistematicamente i pazienti ad alto rischio CVD, aiutare a gestire la loro condizione, migliorare l'uso dei farmaci e aiutarli a raggiungere i loro obiettivi di trattamento. Oltre agli esiti clinici, gli interventi del farmacista sono anche associati ad alti livelli di soddisfazione del paziente, ad una migliore aderenza alla terapia e a notevoli risparmi sui costi, con un uso efficiente delle risorse sanitarie.
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A cura di Redazione Farmacista33
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