Tumore prostata fase iniziale: consumo di verdure non modifica rischio di progressione
Mangiare più verdure non riduce la progressione del tumore alla prostata in fase iniziale, il nuovo studio su 478 uomini dai 50 agli 80 anni pubblicato su Jama
Secondo uno studio pubblicato su Jama, mangiare più verdure durante la sorveglianza attiva per il carcinoma prostatico in fase iniziale non è una soluzione per ridurre la progressione della malattia. «L'intervento comportamentale in questo studio ha prodotto aumenti robusti e sostenuti dell'assunzione di verdure verdi, verdure ricche di carotenoidi, e crucifere per due anni, ma non ha ridotto significativamente il rischio di progressione clinica» spiega J. Kellogg Parsons della University of California di San Diego, primo autore dello studio. «Questi risultati non supportano le affermazioni prevalenti nelle linee guida cliniche basate sulle prove e nei media popolari sul fatto che le diete ricche di verdure arricchite con micronutrienti possano migliorare i risultati specifici del cancro tra i sopravvissuti al cancro alla prostata» prosegue.
I ricercatori hanno analizzato i dati dello studio Meal (Men's Eating and Living), che ha randomizzato 478 uomini dai 50 agli 80 anni con adenocarcinoma prostatico precoce, trattati in 91 cliniche negli Stati Uniti, a un intervento telefonico (n=237) che raccomandava il consumo di sette o più porzioni di vegetali al giorno o alle cure abituali (n=241), consistenti in informazioni scritte sul cancro alla prostata e sulla dieta. I partecipanti avevano un'età media di 64 anni e la maggior parte era composta da bianchi (80%). Ebbene, gli esperti hanno osservato per gli individui a cui era stato detto di consumare sette o più porzioni di verdura al giorno un tempo alla progressione simile a quello del gruppo di controllo. Infatti, il 43,5% dei pazienti nel braccio di intervento è risultato libero dalla progressione della malattia a due anni rispetto al 41,4% di quelli nel braccio di controllo, con una differenza non significativa. Alla biopsia di follow-up a due anni, l'89,9% degli uomini nel braccio di intervento non ha mostrato un avanzamento di grado del tumore rispetto al 90,2% di quelli nel braccio di controllo, e anche in questo caso la differenza non è risultata significativa. Gli autori, pur concludendo che i dati ottenuti non supportano questo tipo di intervento nella riduzione della progressione del cancro della prostata in questa popolazione, sottolineano che lo studio potrebbe essere stato limitato da un sottodimensionamento, da errate classificazioni del tumore al basale, dall'uso incoerente della biopsia guidata dalla risonanza magnetica e dalla mancanza di test genetici per determinare se la sorveglianza attiva fosse effettivamente un trattamento adeguato.
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A cura di Redazione Farmacista33
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