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Fitoterapia

18 Luglio 2024

Ayahuasca: è la dose che fa il veleno. Importanza di set e setting

In passato si pensava che l'ayahuasca fosse semplicemente una pianta allucinogena, ma le ricerche scientifiche degli ultimi decenni ne indicano il valore medicinale


Ayahuasca: è la dose che fa il veleno. Importanza di set e setting

L'Ayahuasca è un preparato usato da migliaia di anni in tutto il bacino amazzonico e attualmente studiato dal famoso centro di ricerca inglese “Imperial College” di Londra. Si tratta di un decotto: si prepara facendo bollire per diverse ore la liana di Banisteriopsis Caapi (o quella di Banisteriopsis Inebrians) combinata solitamente con una o più piante per alterare o potenziare il composto (Schultes, 1976: 98), fra le quali la chacruna (o Psychotria viridis), la più usata. La sostanza allucinogena attiva presente nel decotto è la DMT (N,N-Dimetiltriptamina) e si trova tanto nella chacruna quanto in altre piante. Ѐ una sostanza che anche il cervello umano produce, specialmente durante la fase di sonno REM (Strassman, 2001: 53- 57). La DMT da sola non è attiva oralmente perché è metabolizzata dall’enzima mono-amino-ossidasi (MAO) prima che possa raggiungere il cervello (Shulgin, 1976: 167–168). Quindi, per diventare attiva oralmente, la DMT va assunta insieme a un inibitore dell’azione del MAO, come l’armina e altri alcaloidi della famiglia beta-carboline che si trovano proprio nella Banisteriopsis Caapi, i quali permettono al corpo di assimilare la sostanza allucinogena (McKenna e Towers, 1984: 347-358). Non possiamo non essere colpiti dal fatto che le civiltà indigene combinino tradizionalmente queste due tipologie di piante senza avere alcuna nozione scientifica di come esse lavorino all’interno del corpo umano: ma, come mi hanno insegnato in Amazzonia, le proprietà dei vegetali sono svelate dalla pianta stessa.

In passato si pensava che l'ayahuasca fosse semplicemente una pianta allucinogena, ma le ricerche scientifiche degli ultimi decenni ne indicano il valore medicinale. L’incontro delle pratiche tradizionali con lo studio fitochimico delle sostanze contenute nel decotto ha generato una serie di studi clinici e farmacologici che hanno aperto nuovi orizzonti terapeutici per patologie gravi ormai diffuse nella società attuale, quali le patologie neurodegenerative, le tossicodipendenze e  la depressione.

Fra gli studi in corso sul rapporto tra l’ayahuasca e le patologie neurodegenerative (quali il morbo di Parkinson, l’Alzheimer e la SLA) ce n’è stato uno durato sei anni, che ha messo in evidenza la presenza di proprietà antiossidanti fortemente riparatorie delle cellule del sistema nervoso centrale, in particolare del controllo della neuro-trasmissione sull’attività motoria, sul coordinamento e sulla memoria. Secondo il dottor Juan Ramos, direttore del Dipartimento Malattie Neurologiche presso l’Università di South Florida, US, gli studi indicano che queste sostanze stimolano lo sviluppo di nuove cellule nelle aree del cervello che controlla le Sappiamo che il morbo di Parkinson si manifesta quando il contenuto di dopamina nell’area cerebrale del corpo striato diminuisce dell’80%, e uno dei primi studi sulla Banisteriopsis caapi e sulle proprietà terapeutiche dell’armina in pazienti affetti dal morbo di Parkinson risale al 1920, quando il farmacologo tedesco Louis Lewin, dopo essersi autosomministrato estratti di ayahuasca, e averne di conseguenza intuito le possibili proprietà benefiche sulla sindrome rigido-acinetica, li somministrò anche a pazienti affetti da questa patologia, osservando un miglioramento della rigidità, senza tuttavia alcun miglioramento del tremore. I pazienti però riferirono un grande sollievo dai sintomi già nelle prove iniziali. Purtroppo la ricerca di Lewin fu interrotta per mancanza di fondi e conoscenze farmacologiche su questa pianta a cui, già allora, furono attribuite proprietà interessanti . Recentemente sono stati esaminati pazienti di Parkinson che fanno uso di ayahuasca, nei quali è stato osservato un miglioramento dei sintomi motori che potrebbe dipendere dalla combinazione di due noti meccanismi d’azione dell’armalina.

L’uso della bevanda nel trattamento delle dipendenze ha una storia di una ventina d’anni e trae origine dall’attività pionieristica della clinica Takiwasi, nell’Amazzonia peruviana, diretta dal medico francese Jacques Mabit12 . La terapia riabilitativa, che dura all’incirca 9 mesi, si basa sull’integrazione delle tecniche della medicina occidentale con le conoscenze sciamaniche: il governo peruviano nono impedisce questa linea di ricerca e di cura. Nel protocollo del centro è previsto l’utilizzo dell’ayahuasca insieme ad altri fitoterapici tradizionali. Questo protocollo terapeutico, più o meno modificato e diversificato, si è diffuso in diverse cliniche amazzoniche, là dove l’impiego dell’ayahuasca non è limitato dalla legislazione. Purtroppo, nonostante i risultati positivi riferiti da queste cliniche, manca ancora uno studio statisticamente soddisfacente.

Solo di recente sono state sviluppate delle ricerche cliniche specifiche. Un sondaggio psichiatrico condotto in Canada 13 su consumatori regolari di ayahuasca ha evidenziato una forte riduzione o addirittura la scomparsa dei sintomi depressivi, dell’ansia così come della dipendenza da alcol, barbiturici, sedativi, cocaina e amfetamine. Un’indagine svolta su 14 tossicodipendenti sudamericani che si sono sottoposti a una specifica terapia con l’ayahuasca, ha evidenziato in 9 di questi un mantenimento dell’astinenza dalla droga sino a diversi anni dopo la terapia14 . Gli effetti psicologici, quali visioni, euforia, osservazione dei propri processi cognitivi e emozionali ed esperienza mistica, sono tutti potenziali benefìci della bevanda che non vanno sottovalutati.

Come disse Paracelso “E’ la dose che fa il veleno” e questo è valido anche oggi nel caso dell’Ayahuasca. Senza un “set”, un “setting” e uno screening adeguati, senza una formazione puntuale come avviene oggi all’interno di Università canadesi, statunitensi, olandesi e altre, il rischio di incorrere in problematiche legate all’assunzione di sostanze psicoattive è presente.

L’augurio è che in futuro anche in Italia, come è stato per gli oppioidi, le proprietà benefiche di queste sostanze possano alleviare la sofferenza delle persone evitando un uso improprio e potenzialmente pericoloso, ovviamente in base alle normative vigenti.

Tania Re 
Cattedra Unesco “Antropologia della salute, biosfera e sistemi di cura”. 
Università degli studi di Genova

Dakic V, Maciel RM, Drummond H, Nascimento JM, Trindade P, Rehen SK. Harmine stimulates proliferation of human neural progenitors. PeerJ. 2016;4:e2727. Published 2016 Dec 6. doi:10.7717/peerj.2727.

Fernando Cardozo-PelaezJuan R. Sánchez-RamosMarcos Serrano-Dueñas. Effects of Banisteriopsis caapi Extract on Parkinson’s Disease. SRAM Vol. 5, No. 3, 2001

Fisher R, Lincoln L, Jackson MJ, et al. The effect of Banisteriopsis caapi (B. caapi) on the motor deficits in the MPTP-treated common marmoset model of Parkinson's disease. Phytother Res. 2018;32(4):678‐687. doi:10.1002/ptr.6017.

Hamill J, Hallak J, Dursun SM, Baker G. Ayahuasca: Psychological and Physiologic Effects, Pharmacology and Potential Uses in Addiction and Mental Illness. Curr Neuropharmacol. 2019;17(2):108‐128. doi:10.2174/1570159X16666180125095902.

Louis Lewin, Phantastika: il più classico atlante sulle droghe scritto da un farmacologo dei tempi di Freud, ristampa anastatica, 3 volumi, Roma, Savelli, 1981.

Palhano-Fontes F, Barreto D, Onias H, et al. Rapid antidepressant effects of the psychedelic ayahuasca in treatment-resistant depression: a randomized placebo-controlled trial. Psychol Med. 2019;49(4):655‐663. doi:10.1017/S0033291718001356.

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TAG: DIPENDENZA (PSICOLOGIA), FITOTERAPIA

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