Fitoterapia
07 Settembre 2026Negli ultimi anni sono aumentate le segnalazioni di danno epatico associato a prodotti contenenti Withania somnifera. Restano da chiarire frequenza, caratteristiche cliniche e ruolo delle diverse preparazioni.

L’ashwagandha (Withania somnifera), utilizzata negli integratori per stress, ansia, sonno e benessere generale, è stata associata negli ultimi anni a un numero crescente di segnalazioni di danno epatico, prevalentemente di tipo colestatico o misto. Si tratta di un evento considerato raro, ma che ha portato alcune autorità sanitarie a raccomandare particolare cautela nei soggetti con patologie epatiche. Il quadro delle evidenze non è tuttavia univoco: studi condotti con alcuni estratti standardizzati di sola radice non hanno rilevato segnali clinicamente significativi di tossicità epatica.
Nel 2026 una systematic review ha raccolto 19 pubblicazioni con 26 pazienti riportanti danno epatico dopo assunzione di W. somnifera, mentre una scoping review ne ha identificati 25 in 13 pubblicazioni [3,4]. Anche la farmacovigilanza conferma questo segnale: nel luglio 2026 la TGA australiana raccomanda di evitare W. somnifera nei soggetti con patologie epatiche definendo comunque l’evento very rare [5]. Nel frattempo, in Europa analoga cautela è espressa dal BfR tedesco [9] e in Olanda la raccomandazione è di non utilizzare prodotti contenenti W. somnifera. Anche la farmacovigilanza italiana con Ippoliti et al. hanno analizzato le segnalazioni del Sistema Italiano di Nutrivigilanza, confermando l’importanza della sorveglianza [10].
Il quadro più caratteristico è un danno colestatico o misto, spesso accompagnato da ittero e prurito. Nella review del 2026 l’ittero era presente nell’88,5% dei casi e il prurito nel 72,9%; sono stati riportati valori di ALT fino a 3400 U/L e bilirubina fino a 31,5 mg/dL [3].
Sono tuttavia descritte anche forme epatocellulari. Nei casi di Björnsson et al., la sintomatologia poteva protrarsi per settimane, mentre la normalizzazione degli indici epatici avveniva generalmente entro 1-5 mesi dalla sospensione [1]. Nel complesso, il quadro è compatibile con una rara herb-induced liver injury (HILI), verosimilmente idiosincratica.
A fronte delle segnalazioni di danno epatico, una parte della letteratura scientifica, condotta con estratti standardizzati di radice di W. somnifera, non ha rilevato analoghi segnali di tossicità.
Nel 2026 uno studio randomizzato su 1002 adulti, trattati per otto settimane con un estratto di radice, non ha evidenziato alterazioni epatiche clinicamente significative [6]. Uno studio prospettico su 191 adulti seguiti per 12 mesi con un estratto standardizzato di radice ha mostrato valori di ALT e AST sostanzialmente stabili [7]. Una systematic review di 23 studi e 2317 partecipanti, trattati con estratti standardizzati monocomponente ottenuti dalla sola radice, non ha evidenziato segnali epatici clinicamente rilevanti; gli autori sottolineano però la scarsità di dati oltre 180 giorni [8]. Questo apparente contrasto non significa che i case report siano falsi, ma neppure che tutti i prodotti a base di ashwagandha siano epatotossici.
Il messaggio più corretto da trasmettere ai pazienti è che l'epatotossicità associata a Withania somnifera è un evento raro ma documentato. Il rischio richiede particolare cautela nei soggetti con malattia epatica preesistente e i dati disponibili non consentono di estenderlo automaticamente a tutte le preparazioni di ashwagandha. Attenzione va data agli estratti non standardizzati, a preparazioni multicomponente e ai pazienti in politerapia. Il paziente dovrebbe conoscere i principali segnali d’allarme: ittero, urine scure, prurito intenso, nausea o vomito persistenti, marcata stanchezza, perdita dell’appetito e dolore addominale.
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