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24 Febbraio 2021

Covid-19 e contagi su lavoro. Responsabilità datoriali e nodo vaccini: come cambia lo scenario


L'impatto della seconda ondata della pandemia risulta essere stato più pesante anche in termini di contagi in ambito lavorativo. Il rapporto Inail

L'impatto della seconda ondata della pandemia risulta essere stato più pesante anche in termini di contagi in ambito lavorativo e a rilevarlo è l'ultimo Report diffuso da Inail, che evidenzia un'incidenza nell'ultimo quadrimestre sul totale delle infezioni di origine professionale denunciate dall'inizio della pandemia pari al 62,3%, contro il 34,2% del trimestre marzo-maggio 2020. Dati che lasciano aperto il nodo della responsabilità datoriale, su cui resta una situazione di incertezza, anche se man mano che prosegue la campagna vaccinale occorrerà vedere come questi due elementi si intrecciano. E proprio su questo punto si sta interrogando l'Inail.

I picchi di contagi sul lavoro sono stati a novembre, marzo e ottobre

La seconda ondata di contagi da Covid-19 ha avuto un impatto più intenso della prima anche in ambito lavorativo. A rilevarlo è il 13esimo report nazionale elaborato Inail che fa riferimento alla situazione a fine gennaio e "registra 147.875 denunce di infortunio sul lavoro da Covid-19, pari a circa un quarto delle denunce complessive di dall'inizio del 2020 e al 5,8% dei contagiati nazionali totali comunicati dall'Istituto superiore di sanità (Iss) a fine di gennaio. I casi in più rispetto al mese precedente sono 16.785 (+12,8%), mentre complessivamente il periodo che va da ottobre 2020 a gennaio 2021 vede oltre 92mila contagi, rispetto agli oltre 50mila casi registrati nel trimestre marzo-maggio 2020". Un dato interessante riguarda la distribuzione delle denunce nei mesi: il picco è stato raggiunto "a novembre (25,3%), seguito da marzo (19,2%), ottobre (15,9%), dicembre (15,1%), aprile (12,4%) e gennaio 2021 (6,0%), per un totale del 93,9%, mentre il rimanente 6,1% riguarda gli altri mesi del 2020: maggio (2,6%), settembre (1,3%), febbraio (0,7%), giugno e agosto (0,6% per entrambi) e luglio (0,3%)". Dall'analisi territoriale, poi, emerge una distribuzione delle denunce "del 45,6% nel Nord-Ovest (prima la Lombardia con il 27,1%), del 23,9% nel Nord-Est (Veneto 10,4%), del 14,2% al Centro (Lazio 5,9%), dell'11,8% al Sud (Campania 5,4%) e del 4,5% nelle Isole (Sicilia 2,9%). Le province con il maggior numero di contagi da inizio pandemia sono quelle di Milano (10,5%), Torino (7,2%), Roma (4,7%), Napoli (3,8%), Brescia, Varese e Verona (2,7%), Genova (2,5%), Bergamo e Cuneo (2,0%). Milano è anche la provincia che registra il numero più alto di contagi di origine professionale nel mese di gennaio, seguita da Roma, Torino, Verona e Palermo".

Sanità e professioni sanitarie restano i più colpiti anche a gennaio

Tra le attività, come è noto, "il settore della sanità e assistenza sociale - che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili - si conferma al primo posto con il 68,8% del totale delle denunce, seguito dall'amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità - Asl - e amministratori regionali, provinciali e comunali), con il 9,2% dei contagi. Mentre per quanto riguarda le professioni, "con il 39,2% delle denunce, l'82,7% delle quali relative a infermieri, la categoria dei tecnici della salute è quella più coinvolta dai contagi. Seguono gli operatori socio-sanitari con il 19,3% delle denunce, i medici con il 9,2%, gli operatori socio-assistenziali con il 7,3% e il personale non qualificato nei servizi sanitari (ausiliario, portantino, barelliere) con il 4,8%. Tra le altre professioni spiccano quelle degli impiegati amministrativi, con il 3,9% delle denunce, degli addetti ai servizi di pulizia, dei conduttori di veicoli e dei direttori e dirigenti amministrativi e sanitari".

Profilo di responsabilità datoriale alla luce della disponibilità dei vaccini

A fronte di questi dati, resta il nodo della responsabilità del datore di lavoro, che si è venuta a porre all'indomani del riconoscimento da parte di Inail del contagio da Covid-19 in ambiente di lavoro come infortunio. Nonostante i tentativi di chiarimento, le preoccupazioni della parte datoriale non sono poche e riguardano in particolare i dubbi interpretativi delle norme ma anche il rischio di dover imbattersi in procedimenti per accertare una eventuale responsabilità anche penale. Ma, a oggi, lo scenario risulta essere diverso rispetto ai primi mesi, in particolare per la presenza del vaccino e di una campagna che, pur con le sue difficoltà, sta procedendo. Sul punto, non a caso, Inail, che eroga l'indennizzo a fronte di una denuncia convalidata, si sta interrogando, come riferisce un articolo del Corriere Economia. La vicenda riguarda il caso segnalato dall'Ospedale di Genova relativo a "quindici infermieri che si erano rifiutati di fare il vaccino e ora sono positivi al Covid". In particolare, pur nel riconoscimento della "legittimità della scelta, visto che non c'è obbligo di vaccinarsi", il quesito posto dall'ospedale all'Inail è se "il contagio possa essere considerato infortunio sul lavoro". Un aspetto che evoca anche il recente parere del Garante per la Privacy secondo cui il datore di lavoro non può richiedere al dipendente o al medico competente lo stato della vaccinazione anti-Covid, ma al contempo, continua l'articolo, si interseca, proprio perché fa riferimento al settore sanitario e una professione in cui c'è "esposizione diretta agli agenti biologici", con il tema della eventuale valutazione da parte del medico della "idoneità alla mansione specifica".

Francesca Giani

TAG: LAVORO, FARMACISTI, SICUREZZA SUL LAVORO, COVID-19

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