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02 Febbraio 2023

Covid, memoria a rischio. Ricerca italiana su metabolismo cerebrale e molecole tossiche


Effetti post Covid: alterazioni del metabolismo cerebrale e possibile accumulo di amiloide nel cervello si ripercuotono sulla memoria anche a distanza di un anno


Alterazioni del metabolismo cerebrale e possibile accumulo di amiloide nel cervello sono i possibili effetti del Covid che si ripercuotono sulla memoria anche a distanza di un anno. Lo ha riscontrato un team di neurologi, psicologi e medici nucleari coordinato dal neurologo Alberto Priori, docente della Statale di Milano in uno studio frutto di una collaborazione tra il Centro "Aldo Ravelli" dell'Università degli Studi di Milano, l'ASST Santi Paolo e Carlo e l'IRCCS Auxologico, appena pubblicato su Journal of Neurology. I ricercatori hanno valutato le conseguenze cognitive (memoria, attenzione, linguaggio...), il funzionamento del cervello e, in un caso, anche la deposizione di molecole tossiche nel cervello, in un gruppo selezionato di pazienti che a distanza di un anno dalla malattia lamentavano ancora disturbi e stanchezza mentale.

Pazienti con disturbi cognitivi non presenti pre-Covid

Lo studio ha selezionato sette pazienti, tra i 44 e i 70 anni circa che presentavano persistenti disturbi cognitivi rilevati da specifici test neuropsicologici 1 anno dopo l'infezione, e mai lamentati prima del Covid. Questo gruppo di pazienti è stato esaminato con la metodica di tomografia a emissione di positroni (Pet) usando come marcatore il glucosio legato ad un isotopo radioattivo. Tale metodica consente di valutare quanto una specifica zona del cervello o del tronco encefalico è attiva.
Tutti i pazienti presentavano test neurologici alterati: in particolare, quattro pazienti presentavano disturbi cognitivi oggettivati da test neuropsicologici ma PET normali mentre tre pazienti avevano disturbi cognitivi con test neuropsicologici e PET alterati. In tre dei quattro pazienti con persistenti alterazioni cognitive, la PET ha mostrato un ridotto funzionamento delle aree temporali (sede della funzione della memoria), del tronco encefalico (sede di alcuni circuiti che regolano l'attenzione e l'equilibrio) e nelle aree prefrontali (che regolano l'energia mentale, la motivazione e, in parte, il comportamento).
In uno di questi pazienti che presentava un disturbo cognitivo più grave è stata anche eseguita anche una PET per visualizzare la deposizione di amiloide nel cervello, una proteina che, come spiega Luca Tagliabue, direttore della divisione di Medicina Nucleare e Radiodiagnostica dell'ASST-Santi Paolo e Carlo, "quando si accumula nei neuroni ne determina l'invecchiamento precoce e la degenerazione e che è implicata nella malattia di Alzheimer. Ebbene nel paziente esaminato la PET ha rilevato un abnorme accumulo di amiloide nel cervello e particolarmente nei lobi frontali e nella corteccia cingolata (legate a funzioni cognitive complesse ed alle emozioni)".

Alterazioni funzionali e sostanze tossiche

In poco meno della metà dei pazienti con disturbi di memoria e concentrazione, possono esserci alterazioni di funzionamento delle aree cerebrali temporali, frontali e del tronco dell'encefalo. L'osservazione dell'aumento di amiloide in un paziente, riportata per la prima volta in questo studio, potrebbe essere in relazione all'infezione oppure all'innesco da parte dell'infezione della cascata neurodegenerativa. Questo dato impone che dovrà essere valutato da futuri studi se la pregressa infezione da Sars-Cov-2 ed il Covid potranno determinare in futuro un aumentato rischio di malattie neurodegenerative.
"Oltre la metà dei pazienti esaminati, pur lamentando ancora disturbi cognitivi (memoria, attenzione e "nebbia" mentale), avevano una PET normale. Questo dato suggerisce che i disturbi cognitivi che persistono ad un anno dalla malattia in più della metà dei casi non hanno un riscontro funzionale sul cervello ma possono derivare da modificazioni di tipo esclusivamente psicologico analoghe al disturbo postraumatico da stress", afferma Roberta Ferrucci, docente di psicobiologia dell'Università Statale Milano.

Ipotesi interpretative del danno: amiloide, disturbo postraumatico da stress

"Questo studio offre un ventaglio di ipotesi interpretative del danno post-COVID e pone le basi per una valutazione diversificata del paziente nel lungo termine. I processi neurodegenerativi potrebbero anche innestarsi post-infezione in casi selezionati secondo diverse vie patogenetiche e questa, ovviamente, è la domanda principale che ci poniamo: possiamo attenderci nel futuro patologie neurodegenerative?" afferma Vincenzo Silani, già professore ordinario di neurologia dell'Università Statale Milano e direttore del Dipartimento di Neuroscienze di Auxologico IRCCS.

Nell'insieme, i risultati dello studio indicano che a distanza di un anno dalla malattia ci possono essere in un certo numero di pazienti ancora alterazioni cognitive che in parte possono essere dovute ad alterazioni psichiche senza un correlato metabolico sul cervello ma, in poco meno della metà dei casi, possono essere correlate ad alterazioni del metabolismo cerebrale e, occasionalmente anche a deposizione di molecole tossiche per i neuroni.

TAG: MEMORIA, RICERCA, COVID-19

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