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27 Luglio 2026Un'indagine della Fip fotografa il ruolo del farmacista nel supporto ai disturbi minori: oltre il 70% svolge attività di self-care ogni giorno o più volte alla settimana. Il report evidenzia gli strumenti utilizzati per il counselling, gli ostacoli organizzativi dalla formazione alla remunerazione delle consulenze.

Oltre il 70% dei farmacisti svolge ogni giorno o più volte alla settimana attività di supporto all'autogestione (self-care) della salute, fornendo consigli sui disturbi più comuni, promuovendo l'uso sicuro dei farmaci, individuando eventuali segnali di allarme e rinviando il paziente al medico quando necessario. Un nuovo report della Federazione internazionale farmaceutica (Fip), basato sulle risposte di 779 farmacisti di 45 Paesi, analizza come vengono gestite consulenze nelle farmacie di comunità, quali ostacoli ne limitano l'efficacia e quali strumenti e cambiamenti organizzativi i farmacisti ritengono necessari per rafforzare il proprio ruolo nel counselling ai cittadini.
Per la maggior parte dei farmacisti il supporto al self-care è ormai un'attività consolidata: il 71,6% degli intervistati dichiara di fornire consulenza sull'autogestione della salute ogni giorno o più volte alla settimana. La Fip sottolinea che il self-care “costituisce una parte regolare della pratica professionale di prima linea” e parte integrante del lavoro quotidiano del farmacista.
Il tempo dedicato a queste attività varia però sensibilmente. Circa un quarto dei farmacisti riferisce di destinare al self-care tra il 10% e il 24% della propria attività professionale, mentre poco più di uno su cinque vi dedica dal 25% al 49% del tempo di lavoro. Solo il 10,6% dichiara che il supporto al self-care occupa almeno i tre quarti della propria attività. Secondo il report, questi dati suggeriscono che il self-care è "una componente stabile della pratica in farmacia, ma non rappresenta ancora l'attività predominante per la maggior parte dei professionisti".
Anche l'organizzazione delle farmacie incide sulla possibilità di dedicare tempo al counselling: quasi tre quarti delle strutture coinvolte nell'indagine operano abitualmente con uno o due farmacisti in servizio, una condizione che, osserva la Fip, ha "importanti implicazioni sulla capacità di erogare consulenze di self-care".
Quando un cittadino chiede consiglio per un farmaco da banco o un prodotto per il self-care, il primo strumento utilizzato dal farmacista resta il colloquio con il paziente. Il 63,4% dichiara di informarsi sulle condizioni cliniche e il 61,9% verifica i farmaci già assunti, mentre quasi la metà consulta anche la storia farmacologica disponibile. Software per il controllo delle interazioni e linee guida cliniche vengono utilizzati con minore frequenza. I farmacisti ricorrono a "una varietà di strumenti e risorse" per supportare le decisioni cliniche: oltre all'esperienza personale, le risorse più utilizzate sono checklist dei sintomi e linee guida terapeutiche, mentre algoritmi clinici, strumenti digitali di supporto alle decisioni e liste dei segnali di allarme risultano meno diffusi.
Quando il self-care non è sufficiente, il farmacista orienta il paziente verso il medico. Il motivo più frequente di invio è la persistenza dei sintomi oltre il previsto (63,9%), seguita dalla presenza di "red flags", dall'età particolarmente giovane o avanzata del paziente, dal sospetto di problemi correlati ai farmaci, dalla gravidanza o dall'allattamento e dalla presenza di comorbidità. La Fip osserva che la durata dei sintomi rappresenta "il principale indicatore di sicurezza clinica" preso in considerazione nelle decisioni di referral.
Se il supporto al self-care è ormai parte integrante dell'attività del farmacista, il report evidenzia anche diversi fattori che ne limitano l'efficacia nella pratica quotidiana. Tra gli ostacoli principali, per il 91,2% dei farmacisti è “la pressione legata al tempo e al carico di lavoro", seguita dalle "limitate opportunità di formazione" e dallo "scarso accesso alle informazioni cliniche del paziente".
A questi si aggiunge un problema di riconoscimento economico del servizio: il 43,5% degli intervistati riferisce che le consulenze sul self-care non ricevono alcuna forma di remunerazione e la Fip individua proprio nella retribuzione dei servizi resi uno dei principali gap da colmare per rafforzare il ruolo della farmacia.
Alle criticità organizzative si affiancano quelle legate ai pazienti. L'84,9% dei farmacisti dichiara di confrontarsi almeno una volta al mese con persone influenzate da informazioni scorrette sulla salute e oltre la metà riferisce che questa situazione si presenta ogni settimana o addirittura ogni giorno. Tra le difficoltà più frequenti emergono inoltre il costo dei prodotti, le aspettative irrealistiche nei confronti dei medicinali da banco e la limitata alfabetizzazione sanitaria, fattori che rendono più complessa l'attività di counselling.
Le criticità aumentano quando la consulenza richiede un maggiore giudizio clinico. Se l'81,1% degli intervistati si dichiara sicuro nella scelta dei medicinali Otc, la fiducia diminuisce nella gestione di sintomi poco chiari e dei pazienti più complessi, come bambini, lattanti, persone con patologie croniche o altre condizioni ad alto rischio. In questi ambiti molti farmacisti ritengono di aver bisogno di un maggiore supporto formativo e operativo.
Dal report emerge che i farmacisti chiedono soprattutto strumenti pratici per supportare le decisioni durante il counselling. Le risorse considerate più utili sono documenti di consultazione clinica rapida, materiali educativi per i pazienti e strumenti di supporto alle decisioni. L'obiettivo, spiega la Fip, è disporre di strumenti "facilmente accessibili, credibili e pratici", in grado di "migliorare il processo decisionale clinico, standardizzare la valutazione del self-care e rafforzare l'educazione del paziente".
Tra le richieste figurano anche maggiori opportunità di formazione, con una preferenza per workshop in presenza affiancati da percorsi digitali flessibili, facilmente conciliabili con il lavoro in farmacia. Più di tre farmacisti su quattro dichiarano inoltre di essere disponibili a utilizzare con maggiore frequenza strumenti digitali affidabili a supporto del counselling.
Sul piano organizzativo, la Fip individua alcune priorità: integrare maggiormente il farmacista nei percorsi dell'assistenza primaria, facilitare l'accesso alle informazioni cliniche del paziente, mettere a disposizione protocolli, algoritmi e strumenti digitali di supporto e riconoscere, anche sul piano economico, il valore delle consulenze di self-care. Non a caso, il 43,5% degli intervistati riferisce di non ricevere alcuna remunerazione per queste attività, mentre la mancanza di modelli di finanziamento viene indicata come uno dei principali ostacoli allo sviluppo del servizio.
Fonte:
ph.cr.magnific
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