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14 Maggio 2025

Carenza di vitamina D fattore di rischio cardiovascolare ma l’integrazione va personalizzata

Un documento promosso dall’Istituto Nazionale per le Ricerche Cardiovascolari (INRC) identifica l’ipovitaminosi D come fattore di rischio cardiovascolare modificabile. La carenza di vitamina D è associata a ipertensione, aterosclerosi e infarto. Gli esperti propongono un approccio clinico personalizzato alla supplementazione

di Redazione Farmacista33


Carenza di vitamina D fattore di rischio cardiovascolare ma l’integrazione va personalizzata

La carenza di vitamina D - ipovitaminosi D – è un fattore di rischio cardiovascolare modificabile che richiede un approccio clinico personalizzato basato su dosaggio, monitoraggio e definizione di target terapeutici personalizzati sul paziente. Un verso e proprio cambiamento di paradigma nella gestione della vitamina D in ambito cardiologico. Il messaggio emerge dal Documento di consensus scientifico promosso dall’Istituto Nazionale per la Ricerca Cardiovascolare (INRC), consorzio che riunisce atenei con competenze integrate tra ricerca clinica e di base e pubblicato sulla rivista Nutrients. Gli esperti che lo hanno firmato propongono un approccio alla supplementazione “clinico e personalizzato” che superi il modello “one size fits all”.

Vitamina D: un ormone, non un integratore 

Il consensus dal titolo “A Personalized Approach to Vitamin D Supplementation in Cardiovascular Health Beyond the Bone” evidenzia come la vitamina D, da sempre correlata alla salute dello scheletro, svolga un ruolo rilevante anche nel mantenimento della salute cardiovascolare. La carenza di vitamina D è associata a un aumento del rischio di ipertensione arteriosa, aterosclerosi, infarto miocardico e ictus. 

Il testo chiarisce che la vitamina D non è un semplice integratore, ma un ormone attivo su più fronti fisiopatologici, inclusi il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS), il metabolismo lipidico, lo stato infiammatorio e la funzione endoteliale. 

“Abbiamo voluto andare oltre l’osso: la vitamina D è un modulatore sistemico e come tale deve essere valutata, dosata e utilizzata secondo logiche terapeutiche – spiega Francesco Fedele (Sapienza Università di Roma), presidente INRC – e non possiamo limitarci a somministrare dosaggi fissi a tutti: è necessario identificare i livelli basali, definire un target terapeutico e valutare l’effetto clinico, soprattutto in soggetti ad alto rischio, come i pazienti con insufficienza cardiaca”. 

Il cambio di paradigma: dal “one size fits all” al “treat-to-target” – I limiti degli studi precedenti sono noti alla comunità scientifica: mancata selezione della popolazione in base al rischio cardiovascolare, assenza di personalizzazione nei dosaggi, durata standardizzata dei trattamenti. 

“Le evidenze che collegano bassi livelli di vitamina D a un aumentato rischio cardiovascolare erano già disponibili, ma frammentarie - spiega la professoressa Anna Vittoria Mattioli (Alma Mater Studiorum - Università di Bologna), prima firmataria del documento. - Con questo consensus – continua Mattioli – abbiamo voluto fornire una sintesi critica e operativa, utile anche al clinico nella pratica quotidiana. L’ipovitaminosi D va considerata un nuovo fattore di rischio modificabile, come già accade per altri biomarcatori”. 

“Esiste una discrepanza tra le evidenze osservazionali, che mostrano l’associazione tra ipovitaminosi D e patologie cardiovascolari, e l’assenza di risultati conclusivi sull’efficacia clinica della supplementazione aggiunge Fedele. - Da qui è nata l’esigenza di fare chiarezza con un documento che analizzasse la letteratura e proponesse una nuova prospettiva metodologica per studi futuri”. 

Superare modello di dosaggio uguale per tutti: cura orientata all’obiettivo

Mattioli sottolinea che “gli studi interventistici condotti negli anni passati applicavano un approccio “one size fits all”, ma la risposta alla supplementazione è influenzata da molti fattori: esposizione solare, dieta, attività fisica, stato metabolico”. 

“Nel nostro consensus – chiarisce - proponiamo un modello “treat-to-target”: bisogna misurare i livelli di vitamina D del paziente, definire l’obiettivo della terapia in caso di carenza, adattare il trattamento in base alla risposta e monitorare nel tempo i risultati. È lo stesso principio che già applichiamo per la gestione delle dislipidemie o della ipertensione arteriosa”. 

Il lavoro rappresenta un importante punto di partenza, ma non di arrivo. Il gruppo di esperti dell’INRC è già al lavoro su un nuovo studio clinico, che coinvolgerà pazienti con insufficienza cardiaca, sia con frazione di eiezione preservata che ridotta. “Così come la terapia marziale, con ferro, ha dato esiti positivi nei pazienti con scompenso, anche la supplementazione mirata di vitamina D potrebbe rivelarsi una leva terapeutica importante, con benefici concreti in termini di risultati clinici”, precisa Fedele. 

Il consensus si propone come base scientifica condivisa per guidare la supplementazione di vitamina D in campo cardiovascolare, prospettando una strategia personalizzata, che considera la carenza basale, l'età, le comorbidità e lo stile di vita dei pazienti, e integrando i concetti di medicina di precisione, fisiopatologia endocrina e cardiologia preventiva. 

“Abbiamo applicato le nostre competenze in ambito cardiovascolare per ridefinire l’approccio alla vitamina D e superare l’idea che sia destinata esclusivamente a bambini, donne in menopausa e anziani per contrastare la fragilità ossea”, conclude Mattioli. 

TAG: INTEGRATORI ALIMENTARI, MALATTIE CARDIOVASCOLARI, APPROCCIO PERSONALIZZATO, CARENZA DI VITAMINA D

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