Nutrizione
17 Luglio 2026Uno studio condotto mostra che un maggiore consumo di caffè è associato a un minor rischio di cirrosi, tumore del fegato e mortalità correlata. I benefici sono emersi sia con il caffè tradizionale sia con quello decaffeinato e trovano conferma anche negli esami di imaging e nei biomarcatori proteici.

Un consumo più elevato di caffè si associa a un minor rischio di cirrosi, epatocarcinoma e mortalità per cause epatiche, con risultati favorevoli anche sul grasso e sulla fibroinfiammazione del fegato. È quanto emerge da uno studio prospettico condotto su oltre 350 mila partecipanti della UK Biobank e pubblicato su Clinical Gastroenterology and Hepatology. Le associazioni sono risultate simili per il caffè normale e decaffeinato, rafforzando l’ipotesi che i possibili benefici non dipendano esclusivamente dalla caffeina. Lo studio rafforza le evidenze già disponibili grazie all'integrazione di dati clinici, immagini di risonanza magnetica e biomarcatori proteici.
I ricercatori hanno seguito 354.957 adulti privi di cirrosi o tumore del fegato all'inizio dello studio per un periodo mediano di 13 anni, raccogliendo informazioni sulle abitudini di consumo del caffè, distinguendo tra caffè con caffeina e decaffeinato e valutando anche l'eventuale aggiunta di zucchero o dolcificanti.
L'analisi ha evidenziato una relazione dose-risposta: all'aumentare del consumo di caffè diminuiva progressivamente il rischio di sviluppare malattie epatiche. Nei partecipanti che consumavano almeno cinque tazze al giorno il rischio di cirrosi risultava ridotto del 32%, quello di epatocarcinoma del 47% e quello di mortalità correlata a malattie del fegato del 42%, rispetto ai non consumatori.
Uno degli aspetti più interessanti dello studio è che le associazioni favorevoli sono risultate sostanzialmente sovrapponibili tra caffè tradizionale e decaffeinato. Questo suggerisce che i possibili effetti benefici non dipendano esclusivamente dalla caffeina, ma anche da altri composti bioattivi naturalmente presenti nel caffè.
Gli effetti protettivi sono stati osservati anche tra chi aggiungeva zucchero o dolcificanti artificiali, sebbene gli autori abbiano rilevato, in questo gruppo, un lieve incremento di un indicatore di fibroinfiammazione epatica.
Lo studio non si è limitato a valutare gli eventi clinici. In quasi 29 mila partecipanti sottoposti a risonanza magnetica, un maggiore consumo di caffè risultava associato a una minore quantità di grasso nel fegato, a un minore accumulo di ferro e a livelli inferiori di fibroinfiammazione, tutti parametri indicativi di una migliore salute epatica.
Anche l'analisi proteomica, effettuata in oltre 44 mila soggetti, ha evidenziato un profilo biologico compatibile con una minore attività infiammatoria e fibrogenica del fegato e con una migliore funzionalità epatica.
Gli autori sottolineano che si tratta di uno studio osservazionale e che, quindi, non è possibile dimostrare un rapporto di causa-effetto. Tuttavia, la coerenza dei risultati ottenuti attraverso dati clinici, imaging e biomarcatori rafforza l'ipotesi di un effetto favorevole del caffè sulla salute del fegato.
Nel complesso, le evidenze suggeriscono che il consumo abituale di caffè, preferibilmente non zuccherato, possa rappresentare un elemento di uno stile di vita favorevole alla prevenzione delle malattie epatiche, insieme a una dieta equilibrata, al controllo del peso corporeo e alla limitazione del consumo di alcol.
Fonte:
Clin Gastroenterol Hepatol. 2026 Jul 1:S1542-3565(26)00404-0. doi: 10.1016/j.cgh.2026.04.035. Online ahead of print
ph.cr.magnific
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