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11 Febbraio 2020

Coronavirus cinese, Iss: si lavora su vaccini, disponibili non prima di un anno


Ci vorranno due o tre mesi per avere dei candidati vaccini per il nuovo coronavirus 2019-nCoV, pronti per fare i primi test sull'uomo, ma prima di un anno difficilmente potranno essere impiegati sul campo. Questa una possibile prospettiva fornita da Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie infettive dell'Iss, che sta partecipando al meeting convocato dall'Oms oggi e domani a Ginevra dedicato proprio allo sviluppo rapido di terapie, vaccini e test diagnostici per affrontare l'epidemia in corso.


Le fasi di sviluppo del vaccino

«Meno di un anno è molto improbabile - spiega Rezza - ci sono dei passaggi necessari per garantire la sicurezza del vaccino, oltre che la sua efficacia. Una volta superati i test sugli animali si passa alla fase 1, che serve a verificare, in genere su pochi soggetti sani, che il vaccino non dia effetti collaterali gravi. Poi c'è la fase 2, che valuta la risposta immunitaria, e infine la fase 3 che è quella che determina l'efficacia. In casi di emergenza le agenzie regolatorie potrebbero 'accontentarsi' della fase 2 prima di autorizzare l'uso, ma comunque ci sono dei tempi minimi da rispettare. Anche nel caso del vaccino per Ebola, che è stato messo a punto a tempo di record, ci è voluto comunque un anno. Bisognerà anche valutare l'andamento dell'epidemia, per valutare il rapporto costi-benefici di uno sviluppo accelerato». Al momento ci sono diversi gruppi nel mondo che lavorano a un vaccino. «Allo studio ci sono sia l'utilizzo di virus vettori animali non replicanti, oppure vaccini a Rna e la reverse vaccinology. Negli Usa l'Nih sta lavorando su diverse piattaforme, e sono molto avanti. Ci sono anche ricercatori russi in campo, e naturalmente anche quelli cinesi. Anche l'Italia sta facendo la sua parte, a Pomezia, grazie ad un accordo tra Advent IRBM e Oxford university. In questo caso si utilizza un virus vettore, un adenovirus di scimmia già utilizzato per un vaccino anti Ebola».


Dati epidemiologici tra numeri ufficiali e incognite

Intanto arrivano le prime elaborazioni dei dati disponibili a livello globale, a fornirle la Fondazione Gimbe che dal 27 gennaio alimenta un database con i dati pubblicati dal report quotidiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), integrati con alcuni dettagli del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (Ecdc) per ciò che riguarda l'Europa. I casi confermati sono 40.554 così distribuiti: in Cina 40.235 casi (99,2% del totale), nel resto del mondo: 319 casi (0,8% del totale) di cui: 39 casi (0,1% del totale) in Europa, 280 casi (0,7% del totale) in altri paesi, la maggior parte nei paesi del Sud-Est asiatico (n. 143) e del Pacifico occidentale (n. 37), oltre che sulla nave Diamond Princess in quarantena al largo delle coste giapponesi (n.67). «Questi numeri - spiega il presidente della Fondazione Nino Cartabellotta - dimostrano che per ogni 1.000 casi confermati in Cina si conta 1 solo caso in Europa e 7 negli altri paesi quasi tutti vicini alla Cina. È evidente che l'affidabilità dei dati dell'OMS è condizionata da alcune incognite oggi non valutabili: verosimile sottostima dei casi in Cina, assenza di segnalazioni dall'Africa per la mancanza di kit diagnostici, silenzio totale dal Sud America». Per quanto riguarda i decessi, sono 910 di cui solo 1 fuori dalla Cina, nelle Filippine. «Il tasso grezzo di mortalità - precisa Cartabellotta - è del 2,2%, percentuale maggiore a quella dell'influenza stagionale in Italia, ma indubbiamente sovrastimata perché il numero dei casi in Cina potrebbe essere di gran lunga superiore».

TAG: VACCINI, ISTITUTO SUPERIORE DI SANITà, CORONAVIRUS

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