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19 Dicembre 2025Uno studio italiano su 3.400 anziani evidenzia l’ampia diffusione della pratica di triturare compresse o aprire capsule per facilitarne l’assunzione. Nel 13% dei casi la manipolazione è inappropriata, con rischi di inefficacia e tossicità della terapia orale per i pazienti e potenziali esposizioni anche per il personale sanitario
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Alterare la formulazione originale di un farmaco orale, sbriciolando o dividendo la pillola o aprendo la capsula, può incidere sulla sua efficacia con potenziali fenomeni di sovradosaggio o sotto dosaggio nonché determinare tossicità, sgradevolezza del gusto e quindi scarsa l’aderenza del paziente alla terapia. Eppure, è una pratica che viene adottata per gli anziani, soprattutto nelle Rsa dove 1 pillola su 3 viene tritata o spezzata e 1 su 4 aperta, ma nel 13% dei casi è un errore. I dati sono stati raccolti da uno studio condotto dalla Società Italiana di Geriatria e Gerontologia (Sigg) in Italia e pubblicato su Aging Clinical and Experimental Research, la prima indagine nazionale per valutare l’appropriatezza e i rischi del modello di prescrizione dei farmaci e della loro forma di somministrazione.
Lo studio ha coinvolto 82 strutture di 12 regioni italiane per un totale di 3.400 anziani residenti, con una età media è di 85 anni (70% donne). la quasi totalità ha quattro o cinque malattie croniche, con diagnosi di demenza in oltre la metà degli ospiti che in molti casi non sono autosufficienti. Nel complesso ogni giorno vengono assunte circa 17mila le pillole per un totale di circa 24mila prescrizioni di cui 15.927 sono compresse e 850 capsule. In media “ogni anziano assume in media circa 8 farmaci al giorno, che espongono il 42% degli assistiti ad almeno un’interazione pericolosa, con casi che arrivano fino a 7 interferenze contemporanee. L’interazione più diffusa risulta quella derivante dalla combinazione di più psicofarmaci, che può aumentare il pericolo di cadute e peggiorare lo stato cognitivo, specialmente nei pazienti con demenza”.
I rischi rilevanti, spiegano Dario Leosco, presidente SIGG e ordinario di Geriatria all’Università Federico II di Napoli, e Andrea Ungar, ideatore dello studio e ordinario di Geriatria all’Università di Firenze, non dipendono solo dalla quantità di farmaci assunti ma “dalla pratica di manipolazione dei farmaci da assumere per bocca, soprattutto pillole”.
I ricercatori spiegano che le dimensioni delle pillole “possono rappresentare un problema per chi ha difficoltà a deglutire, di conseguenza, nelle RSA una compressa su tre viene divisa o triturata, mentre poco più di una capsula su quattro viene aperta e “camuffata” con cibi e bevande.
Soluzioni semplici, ma “non sempre appropriate nel 13% dei casi: "rispettivamente nel 5% di tutte le compresse somministrate e nell’8% di tutte le capsule somministrate, con rischi di inefficacia e sicurezza dei farmaci”.
La ricerca ha evidenziato che “si verificano di frequente situazioni nelle quali non è possibile somministrare pillole perché spesso i pazienti possono avere problemi di disfagia e di alimentazione enterale o difficoltà a ingoiare per via dei disturbi psico-comportamentali. Ciò comporta la necessità di alterare i farmaci, prassi largamente diffusa non solo nelle RSA, ma anche tra gli anziani che non vivono in comunità, con implicazioni di grande rilievo se non appropriata”.
Tra i farmaci che non dovrebbero essere alterati, ma “che invece lo sono con maggiore frequenza, ci sono l’antipsicotico quetiapina, il pantoprazolo impiegato nella terapia del reflusso gastroesofageo e anche l’aspirina ma anche l’antidepressivo trazodone e farmaci antipertensivi come bisoprololo e ramipril”. Si tratta di principi attivi per i quali la modifica della forma farmaceutica può compromettere il profilo di assorbimento e l’efficacia clinica o esporre a un aumento del rischio di eventi avversi.
Alterare una compressa o aprire una capsula, sottolineano i ricercatori, non è mai un gesto neutro. La frammentazione può comportare la perdita di parte del principio attivo, determinando sottodosaggi e quindi una riduzione dell’efficacia terapeutica, oppure, al contrario, fenomeni di sovradosaggio. Particolarmente critici sono i farmaci a rilascio modificato o controllato, progettati per garantire una concentrazione stabile del principio attivo per 8, 12 o 24 ore: spezzarli o triturarli altera la cinetica di rilascio, con possibili effetti tossici. Analogamente, le capsule gastroresistenti non dovrebbero mai essere aperte, perché la rimozione del rivestimento protettivo espone il farmaco all’ambiente gastrico, riducendone l’efficacia e aumentando il rischio di irritazione e danno alla mucosa gastrointestinale.
La manipolazione dei farmaci rappresenta un rischio anche per il personale sanitario. La triturazione e la movimentazione delle polveri, soprattutto in assenza di adeguati dispositivi di protezione, espongono infermieri e operatori al contatto e all’inalazione di sostanze potenzialmente pericolose.
“In particolare con alcuni farmaci – si osserva nell’indagine – esiste il rischio di allergie e di intossicazioni da contatto o inalazione, soprattutto nel caso di molecole citotossiche”. Anche la pratica di mescolare i farmaci a cibi o bevande, frequentemente adottata per facilitarne l’assunzione, non è priva di conseguenze: alcune combinazioni possono interferire con l’assorbimento o il metabolismo del principio attivo, rendendo la terapia meno efficace o aumentandone la tossicità.
Dalla ricerca emerge con forza la necessità di colmare un vuoto regolatorio. “Le raccomandazioni attualmente disponibili per la gestione della terapia orale, incluse le cosiddette ‘Do not crush list’, non sono univoche né aggiornate”, sottolinea Ungar. Una frammentazione che espone a decisioni eterogenee e aumenta il rischio di errori. Da qui l’indicazione, condivisa dagli autori dello studio, di sviluppare raccomandazioni nazionali chiare e riconosciute, in grado di guidare i professionisti sanitari nel valutare quando la modifica di una forma farmaceutica sia realmente appropriata e quando, invece, possa diventare dannosa per il paziente e per chi se ne prende cura.
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