Enpaf, continua lavoro su proposta allungamento contributo solidarietà a 7 anni
Continua il lavoro dell'Enpaf, avviato a ottobre con una serie di incontri con la professione, sulla proposta di allungare il periodo di contribuzione di solidarietà da cinque a sette anni di disoccupazione, che deve essere oggetto di una valutazione finanziaria, ma per la quale l'impatto «sembra non molto rilevante», e con una soluzione che quindi «potrebbe essere prospettata». Il tema è emerso in Commissione parlamentare di controllo degli enti di previdenza e assistenza sociale nell'ambito dell'Indagine conoscitiva sulla gestione del risparmio previdenziale da parte dei fondi pensione e casse professionali durante l'audizione su aspetti inerenti ai bilanci consuntivi 2011-2013, ai bilanci preventivi 2012-2014 e al bilancio tecnico attuariale di Emilio Croce e Marco Lazzaro, rispettivamente presidente e direttore generale dell'Enpaf, ed è stato avanzato da Lello di Gioia, presidente della commissione. Di Gioia ha portato il caso di una segnalazione ricevuta a proposito di una «farmacista disoccupata, che versa un contributo annuale di solidarietà obbligatorio di circa 170 euro», e che, «superati i cinque anni di disoccupazione, se non riesce a lavorare nell'arco dell'anno solare 6 mesi e un giorno è costretta a versare circa 2200 euro l'anno per rimanere iscritta», con il dubbio che tali contributi vadano «persi perché quando raggiungerà i limiti di età, non avrà almeno 20 anni di contribuzione, che è il requisito minimo per chiedere la pensione anzianità». C'è un problema, è la questione avanzata da di Gioia, su «contribuzione obbligatoria, ma anche che riguarda il complessivo dei contributi che vengono versati». «È una questione molto sentita» ha sottolineato Lazzaro «e da ottobre ci stiamo lavorando. Ancorché» va detto «questa cassa è l'unica che dia un riconoscimento giuridico alla condizione di un iscritto a un albo disoccupato. Se andiamo a vedere i regolamenti di tutte le casse dei liberi professionisti la disoccupazione non ha rilievo perché il presupposto dell'iscrizione all'albo è l'esercizio dell'attività professionale. Quando fu introdotta, a sua volta, questa discrasia tra i cinque anni e dopo i cinque anni fu perché l'attuale regolamento prevede in ogni caso un minimo di esercizio di attività professionale, pari a 20 anni su 30 di iscrizione. In qualche modo si vuole mettere sull'avviso l'iscritto che protrae per troppo tempo questo stato di disoccupazione che altrimenti non è in grado di potere ottenere una prestazione. D'altra parte la disoccupazione all'interno del nostro ordinamento costituzionale non ha tutela previdenziale, ma una tutela assistenziale. Si sta studiando una modifica» allora «che dovrà essere oggetto di una valutazione anche di impatto finanziario, che comunque sembra non molto rilevante, per cui si cercherà di estendere almeno di due anni questo periodo, portandolo da 5 a 7 anni. Anche perché gli obblighi che ci impongono sul pareggio del saldo previdenziale fanno sì che, siccome la gran parte di questi soggetti non si cancella dall'albo, in realtà l'ente ha una sorta di perdita di gettito contributivo che in qualche modo deve pareggiare all'interno del saldo, e quindi dalle componenti tra entrate contributive e uscite per prestazioni. Da ottobre ci sono stati incontri» con la professione «e quindi credo che la soluzione possa essere prospettata». «Se si costruisce un'impalcatura di questa natura» è la conclusione di di Gioia «a noi interessa perché questo potrebbe essere il veicolo per aprire la discussione anche con altri enti».
Francesca Giani
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