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Politica e Sanità

11 Luglio 2015

Studi settore 2015, investimenti delle farmacie nel mirino del fisco


Meno guadagni o più spese d'avviamento per il farmacista nel 2014? Il dilemma sussiste giacché i commercialisti nel compilare il nuovo studio di settore WM40U quest'anno rilevano dati non coerenti nell'Indice di copertura dei costi per il godimento dei beni di terzi e ammortamenti. Penderebbe cioè a favore delle maggiori spese il rapporto tra il margine della farmacia e i costi fissi (ripartizione del costo di avviamento per anno, affitto, leasing etc). Delle due l'una: o questi ultimi costi sono schizzati in alto o si sono abbassati i guadagni in un contesto di crisi. Pierluigi Mariano direttore di Federfarma Lombardia sembra propendere per la prima spiegazione, anche perché nel 2014 sarebbero aumentate le marginalità di molte farmacie. «Ce ne accorgiamo dalle quote d'iscrizione versate quest'anno, che sono legate ai fatturati, e sono aumentate: non di molto e non per tutti, ma il dato c'è. E si spiega in parte con il fatto che si torna a fare acquisti diretti presso i produttori e il margine medio cresce dal 30,35 al 31-32%, anche se poi nel comparto etico pesano gli sconti articolati per fasce di prezzo e comunque tra sconti e trattenute previdenziali e sindacali si scende a un margine vero del 21-22%. Ciò premesso - sottolinea Mariano - per il resto sono solo spese. I grossisti ad esempio non si fanno più concorrenza a colpi di dilazioni di pagamento ma in tempi di crisi ci consentono di pagare a 2 mesi e non più a 3. Ciò ha determinato un'esposizione di liquidità imprevista in parte e superiore agli altri anni».
Per quanto riguarda le voci dello studio di settore in questione, per Mariano «non si può prevedere né quantificare facilmente quanti farmacisti in tempo di crisi abbiano scommesso su veri investimenti, ma può aver giocato in modo negativo l'incidenza dei cespiti. Strano: lo stato prima ci invoglia a investire e ci dà qualche contributo premiale, poi - a parte il fatto che il contributo è tassato e se ne può utilizzare in pratica la metà - si predispone a giudicare "incoerente" ai fini Irpef la rinnovata propensione all'investimento. Visto che l'incoerenza negli studi di settore non risulta indolore, buona norma sarebbe che le istituzioni rendessero più chiare e comprensibili le informazioni e le motivazioni a riguardo».

Mauro Miserendino

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