Crea Sanità, spesa sanitaria “out of pocket” cresciuta del 14%
In bancarotta per curarsi? Fortunatamente nel 2013 i fenomeni di impoverimento per spese socio-sanitarie "out of pocket" (sostenute direttamente dalle famiglie) e spese "catastrofiche" (cioè improvvise ed elevate) si sono ridotti: quasi 100.000 famiglie in meno risultano impoverite e 40.000 in meno soggette a spese catastrofiche; ma è un miglioramento illusorio: 1,6 milioni di persone in meno hanno sostenuto spese socio-sanitarie "out of pocket" e più di 2,7 milioni hanno rinunciato a priori a sostenerle per motivi economici (2012). E per il 2014 si registra deciso aumento della spesa sanitaria out of pocket (+14,5%), che potrebbe peggiorare ancora la situazione. Lo evidenzia l'11° Rapporto Sanità a cura di Crea Sanità - Università Tor Vergata Roma e Fimmg presentato a Roma. «Sono chiamate a rinunciare - ha spiegato Federico Spandonaro presidente di Crea Sanità - prevalentemente le famiglie dei quintili medio-bassi, che spendono soprattutto per farmaci, visite ed esami diagnostici (80-90% delle spese socio-sanitarie out of pocket). Si desume che il Ssn, a fronte di rischi di razionamento, ha preferito (con successo) salvaguardare le fasce più disagiate, a discapito però della classe media». Il mantenimento dei servizi non implica quindi la salvaguardia di un universalismo equilibrato: «Il non aggiornamento dei sistemi di esenzione e compartecipazione - ha aggiunto Spandonaro - pur salvaguardando le fasce meno abbienti, sembra penalizzare sempre più la classe media». Secondo il report, inoltre, la spesa sanitaria italiana è molto più bassa che negli altri Paesi europei: è inferiore a quella dei Paesi Eu14 del 28,7%, e la forbice (anche in percentuale del Pil) si allarga anno dopo anno. Non può quindi essere una preoccupazione il livello della spesa, secondo gli esperti di Tor Vergata. Ancora, la quota di popolazione che dichiara di avere patologie di lunga durata o problemi di salute è in Italia inferiore a quella degli altri Paesi europei: buon livello di salute e basso livello di spesa confermerebbero l'efficienza della sanità italiana. Ma stiamo velocemente perdendo il nostro vantaggio in termini di salute; e il processo di convergenza sui livelli (peggiori) degli altri Paesi sembra avere accelerato negli ultimi 10 anni, quelli del risanamento finanziario. In particolare sembra più colpita la classe media, che evidentemente risente maggiormente della crisi e degli aumenti delle compartecipazioni. Un caso a sé è rappresentato dal settore farmaceutico. Il Rapporto evidenzia, preoccupanti ostacoli all'accesso alle innovazioni farmaceutiche nel nostro Paese: ad esempio, il consumo in Italia dei medicinali approvati da Ema (European Medicines Agency) negli ultimi 5 anni (2009-2014) è inferiore in media del 38,4% rispetto a quelli medi di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. La differenza dipende dal ritardo effettivo di accesso al mercato, apprezzabile osservando che per i prodotti approvati più di recente (2014) la mediana di consumo in Italia è inferiore del 91,2% rispetto ai Paesi considerati; scendendo poi progressivamente, ma rimanendo intorno al 20% in meno, ancora a distanza di 5 anni. Dal punto di vista della spesa farmaceutica, secondo gli esperti, la governance del settore si è sinora dimostrata efficace, avendo garantito una sostanziale costanza del dato di spesa nominale, compensando con i decrementi della spesa territoriale gli incrementi dell'ospedaliera spinti dall'accesso al mercato dei nuovi farmaci innovativi, spesso ad alto costo. Ma la fine del flusso di genericazioni (non compensabile almeno a breve dall'avvento dei biosimilari), e l'arrivo di nuovi farmaci ad alto costo, fanno presagire l'impossibilità futura di garantire, a lungo, tanto l'accesso alle innovazioni che l'invarianza di oneri.
Rossella Gemma
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