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Politica e Sanità

19 Novembre 2015

Liberalizzazioni, Pace (Fofi): il farmacista non è un consigliere alla vendita


Nella dibattito sul ddl concorrenza, interviene Maurizio Pace, (foto) segretario della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani che, in un'intervista a Farmacista33, sottolinea con forza come con le liberalizzazioni e l'ingresso dei capitali, sia quanto mai necessario che la figura del farmacista venga tutelata dal rischio di essere sostituita da semplici "magazzinieri" che, poco hanno a che fare con la farmacologia e con la presa in carica dei pazienti. E sottolinea l'importanza di intensificare la collaborazione con i medici di medicina generale per una sempre maggiore aderenza alle terapie.

Segretario si discute molto della questione della "proprietà" delle farmacie, sembra ci si sia dimenticati che la gran fetta dei vostri iscritti appartiene alla categoria dei dipendenti. Cosa fa la federazione per loro?
La sopravvivenza della professione oggi passa attraverso tutti gli iscritti, non soltanto per i titolari di farmacia che sono poi una piccola nicchia. Noi stiamo lavorando per avere dei professionisti preparati e sappiamo che nei Paesi dove la liberalizzazione o dove l'ingresso dei capitali è stato forte, come in Inghilterra, ci siamo ritrovati dietro al banco non dei farmacisti ma dei consiglieri alla vendita, che sono un gradino intermedio tra il magazziniere e il farmacista appunto. Un farmacista preparato tecnicamente invece, come inteso in Europa, che ha conoscenze di laboratorio, di patologie e di farmacologia ad altissimo livello acquisite in università di qualità, è una figura diversa e a cui noi puntiamo. L'appropriatezza e l'aderenza terapeutica, la presa in carico del paziente sono una priorità per tutti i nostri professionisti.

Proprio per una maggiore aderenza alla terapia, c'è bisogno di una relazione stretta tra voi e i medici di medicina generale?
Assolutamente sì. Nei vari studi condotti dalla federazione e in cui abbiamo sempre coinvolto i medici e sensibilizzato i comitati etici, si è dimostrato che deve esserci un'integrazione tra le due professioni nell'interesse generale della tutela del cittadino. Oggi, la presa in carico di un paziente può essere compiuta relativamente da un medico che si trova a seguire migliaia di pazienti. Il rapporto che può avere il farmacista con il paziente che si avvicina al banco, è invece più immediato e più quotidiano.

Anche per le farmacie sembra pesare la forte regionalizzazione che produce condizioni diverse tra nord, centro e sud d'Italia...
Purtroppo sì e il problema nasce da molto lontano, quando cioè lo Stato ha deciso di decentrare la politica sanitaria alle regioni. È chiaro però che se la Conferenza Stato-Regioni ha un peso così rilevante sulla sfera sanitaria, non si riesce nemmeno più a discutere con il ministero che, a sua volta, delega la Conferenza. Ritengo che questo rappresenti un limite molto forte per le politiche sanitarie regionalistiche, perché ognuno poi interviene in base a quelli che sono i suoi strumenti. Ecco perché la sanità siciliana sarà sempre diversa da quella lombarda e lo sarà fin quando la politica non decida di ricentralizzare il tutto e proporre Lea che garantiscano davvero il cittadino. È facile parlare di Lea, ma senza poi metterli in atto quotidianamente non si hanno grossi risultati. È proprio questo libero arbitrio delle regioni che sta segnando la fine del Ssn e l'ingresso dei capitali, a cui oggi tante banche e assicurazioni sono interessate, è solo un campanello d'allarme ulteriore.

Rossella Gemma

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