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Politica e Sanità

17 Ottobre 2016

Bollette in farmacia, pioggia di critiche: si perde credibilità si svilisce la professione


Offrire la possibilità di pagare i bollettini postali in farmacia è un servizio che nulla ha a che vedere con il ruolo della farmacia né con la professionalità e le competenze del farmacista, è una proposta dannosa che confonde il concetto di "farmacia dei servizi". Questa la pioggia di critiche che si è sollevata in seguito all'annuncio dell'arrivo del nuovo servizio nelle farmacie della Sicilia annunciato durante PharmEvolution. I primi a dire no all'ipotesi sono le farmacie palermitane: «È una proposta che svilisce la farmacia e il farmacista» commenta a Farmacista33 Roberto Tobia, presidente di Federfarma Palermo «che ci mette in difficoltà di fronte agli interlocutori istituzionali con cui ci sediamo ai tavoli per parlare di temi sanitari. Ci battiamo contro l'ingresso dei capitali, difendiamo la fascia C in farmacia, sarebbe un errore ora mettersi in concorrenza con poste, banche e tabaccai daremmo ragione a chi ci vede solo come dei semplici commercianti. A quel punto sarebbe veramente difficile difendere la nostra posizione».

Il pagamento dei bollettini postali, sottolinea Tobia «nulla ha a che vedere con il ruolo della farmacia, centro di eccellenza sanitaria, terminale del servizio sanitario nazionale, porta d'ingresso del cittadino nel mondo della salute e non porta d'ingresso dell'ufficio postale! Avrebbe un senso solo in zone rurali o disagiate dove la farmacia è l'unico presidio pubblico rimasto aperto, che tale servizio possa essere erogato, in favore della cittadinanza». Secondo Tobia, le code che la farmacia può evitare al cittadino «sono quelle dei Centri unici di prenotazione» attraverso i sistemi informatici per «le prenotazioni di servizi e visite mediche presso le strutture, affinché il cittadino, soprattutto quello che non risiede nelle città, possa accedervi più facilmente sgravando gli uffici prenotazione delle Asp e degli ospedali ed evitando lunghi tragitti».

Il farmacista è il «professionista del farmaco che non si limita a spedire ricette e a dispensare farmaci, ma ha la responsabilità di ascoltare e di fornire consigli sul giusto utilizzo del farmaco. Non c'è spazio per attività e servizi che non siano inerenti l'ambito sanitario». Disappunto anche dalla professione: secondo la Fofi l'iniziativa è un «passo indietro nell'evoluzione del ruolo del farmacista, e un regalo inaspettato a chi ritiene che la farmacia sia, in fin dei conti, un'attività economica come un'altra e che, quindi, può essere regolata - o meglio deregolata - come tutti gli altri esercizi commerciali».

In questo modo, commenta Maurizio Pace, segretario della Fofi, «si confonde il concetto di "farmacia dei servizi" con la possibilità di rendere dei servizi che nulla hanno a che fare con la professionalità e le competenze del farmacista, e neppure con la vita amministrativa del Servizio sanitario nazionale». E aggiunge che ciò che rende l'attività della farmacia «non contendibile da altri operatori» sono proprio «quelli che tecnicamente si chiamano servizi cognitivi, che sono possibili solo grazie alla formazione e alle conoscenze del farmacista, non alla presenza in farmacia di un Pos». Iniziativa «dannosa» anche per Franco Gariboldi Muschietti, presidente di Farmacieunite: «Una fuga in avanti su un terreno infido e molto pericoloso per l'immagine delle nostre farmacie e della nostra attività professionale, perché accreditano un modello di esercizio sempre più staccato dalla tutela della salute dei cittadini e sempre più confuso con altre tipologie commerciali, con le quali peraltro esiste anche il rischio di andare pericolosamente a confliggere».


Simona Zazzetta

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