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Politica e Sanità

14 Dicembre 2016

Rapporto Crea Sanità, differenze Nord e Sud. Spandonaro: federalismo non ha impatto su gap


«Il Federalismo in Italia ha migliorato la situazione finanziaria mentre le differenze interregionali negli ultimi 10 anni sono rimaste congelate. Il problema era e rimane la questione meridionale». Queste le considerazioni del presidente di Crea Sanità, Federico Spandonaro, sui risultati del 12esimo Rapporto Sanità C.R.E.A. presentato oggi a Roma.

«Le differenze di spesa tra la regione che spende di più e la regione che spende di meno continuano a essere elevate, ma dal 2006 non sono aumentate, anzi fino al 2008 erano leggermente calate, poi c'è stata un'inversione di tendenza, principalmente dovuta all'introduzione dei piani di rientro, ma nel complesso la situazione è rimasta invariata - afferma - Invece, il disavanzo sanitario, dopo l'intervento dei piani di rientro regionali, si è ridotto circa del 78%, realizzando di fatto un risanamento finanziario». Rimane un forte gap tra le regioni del Nord e quelle del Sud e, nel calcolo della spesa sanitaria totale e pubblica, agli estremi ci sono la provincia autonoma di Bolzano e la Campania: se nel primo caso questa spesa nel 2015 superava i 3 mila euro pro capite, nel secondo arriva a 2 mila euro circa. Una disparità che, in una società che registra un forte aumento della spesa out of pocket, contribuisce a mettere ulteriormente in difficoltà le regioni che già lo sono.

«Al Sud solo il 3,3% della spesa privata è intermediata, ovvero coperta da una polizza individuale o polizza collettiva, che permette di ricreare un po' di mutualità e quindi di rendere più sostenibile per il cittadino la spesa sanitaria - spiega Spandonaro - questo significa che tutto il resto della spesa privata le famiglie lo tirano fuori di tasca propria. Anche al Nord l'intermediata non supera il 13.4% e al Centro il 10.7%». In generale la spesa privata sanitaria rappresenta mediamente il 26.9% della spesa nel Centro Nord e solamente il 18.9% nel Sud. Il numero di famiglie che ricorre a spese private è passato dal 58% nel 2013 al 77%, «20 punti in 3 anni sono tantissimi», commenta Spandonaro. Si spende prevalentemente per farmaci, visite ed esami diagnostici (80-90% delle spese socio-sanitarie OOP). Sardegna e Sicilia risultano essere le Regioni con la maggior incidenza di disagio economico per spese sanitarie (11,0% e il 9,6% delle famiglie); all'estremo opposto troviamo l'Emilia Romagna e il Trentino Alto Adige, dove solo il 2,6% ed il 2,1% sono in condizioni di disagio economico. Sono 316.402 (1,2%) i nuclei familiari impoveritisi per spese sanitarie OOP; si tratta soprattutto di famiglie residenti nel Mezzogiorno (2,7%). Calabria, Sicilia e Abruzzo sono le Regioni più colpite (3,5%, 3,4% e 3,7%), mentre Trentino Alto Adige, Piemonte ed Emilia Romagna sono le meno esposte (0,2% le prime due e 0,3% la terza). 781.108 sono invece le famiglie soggette a spese sanitarie catastrofiche (3,1% delle residenti). Il Mezzogiorno continua ad essere la ripartizione maggiormente esposta al fenomeno (5,5% delle famiglie ivi residenti).

I fenomeni dell'impoverimento per spese sanitarie out of pocket non sembrano quindi essersi modificati sostanzialmente, senza però sottovalutare che ci sono quasi 280.000 famiglie (l'1,4% di quelli che sostengono spese sanitarie OOP) ad alto rischio di impoverimento. Di conseguenza in prospettiva c'è il rischio che il fenomeno del disagio raddoppi la sua portata. L'Italia nel contesto europeo rimane il Paese con la spesa sanitaria più bassa, inferiore rispetto alla media dei Paesi dell'Europa Occidentale del 32,5%. Tuttavia, il Pil italiano negli ultimi 10 anni è cresciuto di un quarto rispetto agli altri Paesi: 1% all'anno contro 3.8% all'anno. «Quando si fa il confronto con gli altri Paesi bisogna considerare che la riduzione della spesa è a scapito dello stesso sistema di assistenza». Dunque, se da una parte il pareggio finanziario rappresenta un traguardo positivo, dall'altro, fa notare il deputato Giovanni Monchiero «questo è stato possibile solo riducendo i servizi all'osso, quindi il problema di sostenibilità rimane».


Attilia Burke

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