Politica e Sanità
19 Aprile 2017I programmi di trattamento che vedono la collaborazione del farmacista con il medico che ha in cura il paziente nella revisione dei processi di cura migliorano il controllo del diabete. Lo sostiene Tim Langran del King Edward VII Hospital a Windsor, Regno Unito, e primo firmatario di uno studio pubblicato su BMJ Open. «Il diabete di tipo 2 è una patologia complessa da gestire, e da ricerche precedenti emerge che il sostegno del farmacista può migliorare l'adesione alle indicazioni nonché la qualità delle cure a lungo termine, riducendo i tassi di riammissione in ospedale» scrivono i ricercatori, che hanno valutato su 5.910 pazienti con diabete di tipo 2 l'impatto di un programma di revisione e controllo del trattamento antidiabetico che ha visto la collaborazione tra farmacisti e medici di medicina generale.
«L'indicatore di efficacia era il raggiungimento degli obiettivi terapeutici previsti dal National Institute for Health and Care Excellence (Nice)» spiega l'autore, precisando che, a conti fatti, la percentuale di pazienti che ha raggiunto gli obiettivi terapeutici prefissati dal Nice è passata dal 46% dell'inizio dello studio in aprile 2013 al 58% al suo termine nel mese di aprile 2014. In particolare, il tasso di persone che hanno raggiunto il controllo dell'emoglobina glicata (HbA1c), della pressione arteriosa e del colesterolo è passato rispettivamente dal 65% al 70%, dal 70% al 76% e dal 78% all'82%. «Va segnalato che al termine del progetto le percentuali di pazienti diabetici che avevano tratto beneficio dalla collaborazione tra generalisti e farmacisti è nuovamente diminuita» riprende Langran. E conclude: «Tali programmi non solo dovrebbero essere parte integrante e duratura della strategia di trattamento del diabete di tipo 2, ma sono un esempio di un efficace lavoro multidisciplinare e delle iniziative comuni create dal Royal College of General Physicians e dalla Royal Pharmaceutical Society per identificare le aree in cui medici e farmacisti possono lavorare insieme per migliorare la cura del paziente».
BMJ Open 2017. doi:10.1136/bmjopen-2016-013451
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28259852
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