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Politica e Sanità

09 Giugno 2017

Industria delle biotecnologie, quale ruolo per l’Italia


Aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo, ridefinire la governance affinché sia efficace, certa e centralizzata e definire una strategia nazionale dell'Innovazione della ricerca di lungo periodo. Sono queste le tre priorità di azione per garantire un futuro all'industria del biotech in Italia messe in evidenzia da Riccardo Palmisano, Presidente di Assobiotec, durante la lezione magistrale tenuta al congresso Afi, in corso a Rimini fino al 9 giugno,

Ricercatori e sistemi produttivi sono eccellenze italiane riconosciute a livello internazionale e hanno reso possibile un enorme sviluppo dell'industria delle biotecnologie, ma l'Italia, a fronte di aree dove si lavora bene, resta un Paese frammentato e contraddittorio, dove manca la visione unitaria e di lungo periodo.

«Manca ancora una strategia nazionale integrata dell'innovazione con obiettivi puntuali di lungo termine, un modello di governo dell'innovazione che superi la frammentarietà degli attori, dei ruoli e degli strumenti; una regia complessiva nel settore delle Scienze della Vita che coordini le priorità, portando a una specializzazione regionale e le progettualità, evitando sprechi e sovrapposizioni, e massimizzando le sinergie» afferma Palmisano.

Se la ricerca italiana può contare su punti di forza come l'eccellenza di clinici e ricercatori in aree chiave per la medicina di precisione e le terapie avanzate (oncologia, ematologia, immunologia, neurologia e malattie rare), la presenza di 48 IRCCS e l'essere il settimo mercato al mondo per valore il farmaceutico, esistono ampi margini di miglioramento rispetto alla realizzazione dei progetti.

Tra le criticità, i tempi troppo lunghi necessari per avviare uno studio: 17 settimane in media, contro le cinque settimane del Regno Unito, le nove della Germania e le 12 della Francia. Ancora, l'eccessivo numero di comitati etici, la frammentazione burocratica, e l'adesione solo volontaria al protocollo d'intesa "fast truck". È necessario «attrarre degli investimenti nella produzione, rafforzare la collaborazione tra industria e regioni, aumentare la capacità di fare business del paese, rendere gli incentivi fiscali più vicini a quelli degli altri paesi e incentivare le trasformazioni».

Esistono poi incertezze sulla sperimentazione animale: i tre anni di proroga della deroga al divieto dell'uso della stessa sono un ostacolo. I progetti di ricerca sono pluriennali e difficilmente un istituto italiano può essere selezionato per programmi di lungo periodo nell'incertezza di una legge che potrebbe cambiare.

D'altra parte «senza investimenti in ricerca e sviluppo non c'è crescita del Pil. Esiste infatti una relazione lineare e diretta tra questi valori, e l'Italia dovrà sbloccare il sistema attuale o rischierà di restare indietro e di non sfruttare le enormi potenzialità che ha».

Il trasferimento tecnologico è un elemento chiave del progetto di miglioramento. Ma resta un'area critica a causa del sottodimensionamento del personale, più orientato ai ruoli ammnistrativi che tecnici, e della scarsità di risorse, oltre alla carente attività di brevettuale; basti pensare che negli Uffici di Trasferimento Tecnologico delle Università ci sono in media 3.7 addetti e che solo 330.000 euro sono in media dedicati ad ogni ateneo.

In questo scenario le proposte di Assobiotec prevedono quindi la creazione di un'Agenzia Nazionale per la Ricerca e l'Innovazione per dare una governance chiara e unitaria al settore, la creazione di un fondo di venture capital dedicato, l'attuazione di un piano di ricerca & innovazione biotecnologica 4.0 che preveda l'adattamento del credito di imposta ai tempi di questo settore, e instauri strumenti più incisivi di defiscalizzazione degli investimenti in capitale di rischio delle imprese innovative, semplificando quella burocrazia che spesso frena piccole start up e imprese nazionali.

«I presupposti di qualità scientifica ci sono, il cambiamento globale verso la ricerca collaborativa delle Big Biopharma offre grandi opportunità, ma il paese deve essere consapevole che il treno non resterà per sempre in stazione e che c'è bisogno di un progetto forte e unitario per far sì che la biotecnologia dedicata alla salute diventi davvero un motore di sviluppo per l'Italia» conclude Palmisano.

Stefania Cifani

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