Politica e Sanità
30 Aprile 2018Il 14 aprile è stata inaugurata la mostra "Taumaturgiche siringhe" che vede esposta nel Corridoio delle Cinquecentine del Museo Leone una parte della originale collezione del farmacista di Gavi Carletto Bergaglio. La mostra è stata realizzata in collaborazione con il Museo della Farmacia Picciòla, una volta ampliato che una volta ampliato ospiterà la collezione.
Bergaglio, si legge in una nota, era titolare di un'antica farmacia a Portacomaro, nell'astigiano, con attiguo anche un "orto dei semplici", dove coltivava viti da cui produceva il rinomato "Barbera della Spezieria", richiesto in tutta Italia, Vercelli compresa. La presentazione inaugurale è stata affidata a Giovanni Cipriani, docente in Storia Moderna presso l'Università di Firenze e appassionato studioso e cultore di storia della farmacia.
Come precisato dal presidente del Museo Leone Gianni Mentigazzi, il tema della mostra, ha una valenza scientifica e antropologica, con i suoi pezzi originali e curiosi che raccontano secoli di storia della medicina e della farmacia e storie di quotidianità.
Mentigazzi rivolge parole di stima e gratitudine a Bagliani, per il suo dono alla città di un "unicum" quale è il Museo della Farmacia che dal 2014 opera per la promozione della cultura storico-scientifica in abbinamento alle attività culturali del Leone.
Dai clisteri in peltro a quelli in metallo e legno databili tra il Settecento e il Novecento, diurni e notturni e poi pitali in vetro e ceramica delle più ricercate e decorate manifatture (Sevrès e Limoges), "pappagalli", comode, "bourdalue" o quaresimali, colombine dette anche "canard" per la forma che richiama l'anatra e utilizzate per far bere l'ammalato o per somministrargli la medicina a letto, persino il bidet da viaggio della Regina Margherita di Savoia. E poi mortai, libri, strumenti da laboratorio e preparazioni medicinali e curiosità farmaceutiche raccolte e collezionate dal farmacista gaviese quali libri e farmacopee compresi tra il XVII e il XIX secolo. Il clistere, o "lavativo", rappresenta una pratica collaudata molto antica.
La leggenda vuole infatti che sia nato in Egitto dall'osservazione, mal interpretata, del comportamento degli ibis, i quali si iniettano acqua nell'intestino con il proprio becco.
«I più antichi clisteri-ha spiegato Cipriani-erano costituiti da una sacca di bue, dentro la quale veniva inserita una canna di bambù, oppure da zucche dal collo lungo essiccate. Si può ricondurre la paternità della siringa a clistere al medico vercellese Marco Gattinara (o Gatenaria) - metà del XV secolo-il quale nel trattato "de Clisteribus" descrive il perfezionamento del suo strumento».
La pratica del clistere, oltre che depurare l'intestino, veniva prescritta dai medici anche per migliorare l'incarnato, per curare la "melanconia", per rianimare, per il battesimo intrauterino del feto, contro la sifilide e persino nelle pratiche di esorcismo.
Al clistere nel '600 veniva attribuita anche una funzione corroborante, che prevedeva l'utilizzo di "brodo" di carni selezionate, il quale in parte sarebbe poi stato assorbito attraverso l'intestino quale nutrimento.
«Fece ampio uso del "rimedio sommo" il Re Sole-aggiunge Cipriani- così pure la marchesa di Pompadour, che ne possedeva una raccolta in argento.
Napoleone ne possedeva una versione da campo che si portava al seguito nei teatri di guerra». E poi vasi da notte e da giorno di particolari forme e in preziosa porcellana. I più curiosi? Avevano occhi "indiscreti" dipinti sul fondo. Nulla di scandaloso perché in passato regnava il motto "naturalia non sunt turpia".
La mostra, realizzata con il sostegno della Fondazione Cassa di risparmio di Vercelli e il Patrocinio del Comune e dell'Ordine dei Medici, sarà visitabile fino al 14 ottobre.
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