Politica e Sanità
18 Giugno 2018La relazione tra microbiota intestinale e altri organi è ormai nota, ma particolare interesse sta assumendo la sua interazione con l'apparato cardiovascolare. Su questo tema è stato presentato a Bologna, nel corso dell'VIII Congresso nazionale della Società italiana di nutraceutica (Sinut), il documento di consenso intersocietario "Disbiosi intestinale e rischio cardiovascolare: valore clinico ed economico dell'intervento nutraceutico", realizzato con il supporto incondizionato di Montefarmaco Otc. Il documento definisce, attraverso i dati attualmente disponibili, lo stato dell'arte delle relazioni fra microbiota e malattie cardiovascolari (Cvd) e analizza i benefici economici dei probiotici, associati o meno ad altri nutraceutici, nella disbiosi intestinale e nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. «In Italia, leading country in Europa per la spesa pro capite per i nutraceutici, nasce questo documento che ha l'obiettivo di fornire una risposta scientifica basata sulle evidenze della letteratura», spiega Alberto Martina, del dipartimento di Scienze del farmaco e master prodotti nutraceutici dell'Università degli Studi di Pavia. «Lo scopo è fornire elementi sia al medico sia al farmacista affinché possano decidere di prescrivere i nutraceutici o consigliarli al paziente». Con i nutraceutici si può mettere in atto quella che viene definita medicina di intervento.
«Diversi studi clinici dimostrano che singoli integratori, o associazioni di integratori, possono essere efficaci per il contenimento della colesterolemia», spiega Arrigo Cicero del dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche Università degli Studi di Bologna e Presidente Sinut. «Un approccio scientifico interessante è la possibilità di associare un integratore per la riduzione del colesterolo a uno che possa ridurre l'assorbimento del colesterolo a livello intestinale. Un recente studio clinico dell'Università di Milano dimostra che l'associazione di riso rosso fermentato con i probiotici può agire nella riduzione del colesterolo». La nutraceutica può rivestire un'opzione nei casi nei quali il paziente non è eleggibile per un uso delle statine perché ha un valore di colesterolo appena più alto della norma o valori borderline, ma può anche essere utilizzata come supporto al farmaco stesso, per il cosiddetto add on treatment. L'utilizzo di nutraceutici porta nel lungo periodo anche a un risparmio per il Ssn. Nel nostro Paese, il costo medio sostenuto dal Ssn per soggetto con ipercolesterolemia è di circa 6.000 euro l'anno. «Secondo i risultati di una recente analisi, il potenziale risparmio che si genererebbe per il sistema sanitario nell'arco temporale di dieci anni a seguito dell'uso dei prodotti nutraceutici nell'ipercolesterolemia, ammonterebbe a circa 116 milioni di euro», spiega Giorgio Colombo, docente di Organizzazione aziendale presso la facoltà di Farmacia dell'Università di Pavia e direttore scientifico Save-Studi analisi valutazioni economiche di Milano. «Se l'intento è quello di spostarsi dalla medicina tradizionale alla medicina preventiva e dalla promozione del farmaco a quella della salute, i prodotti nutraceutici potrebbero risultare utili per la riduzione dell'incidenza di importanti patologie croniche e delle loro complicanze e comportare, quindi, un reale risparmio per il sistema sanitario».
Chiara Romeo
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