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Politica e Sanità

18 Luglio 2018

Personale in farmacia, numero minimo strumento contro abusivismo ma con qualche criticità


Tra i requisiti richiesti alla farmacia "ai fini del mantenimento della convenzione con il Servizio sanitario nazionale" ci dovrà essere anche "la dotazione minima di personale di cui la farmacia deve disporre", da stabilire "in relazione al fatturato a carico del Servizio sanitario nazionale, nonché ai nuovi servizi". La previsione è stata richiamata nella bozza di Convenzione inviata dalla Sisac alle organizzazioni sindacali, ma l'indicazione è contenuta nella cosiddetta legge Monti del 2012 che ne demandava la definizione, appunto, "in sede di rinnovo dell'accordo collettivo nazionale con le organizzazioni sindacali di categoria". E la misura, se, da un lato, può essere uno strumento nella lotta all'abusivismo professionale, dall'altro, non manca di criticità. «La norma» spiega Maurizio Cini, professore all'Università di Bologna e presidente Asfi (Associazione scientifica farmacisti italiani), «è contenuta nella Legge Monti (art. 11, comma 16, del D.L. 24.01.2012, n. 1, convertito con L.24.03.2012, n. 27) e, pertanto, non è negoziabile.

A ogni modo, si tratta di un intervento utile, che, soprattutto in alcune zone dove il fenomeno è più marcato, andrà ad incidere sul problema dell'abusivismo professionale. Certamente, è stata formulata sei anni fa, quando la situazione complessiva della farmacia era diversa. Il legame tra la dotazione minima di personale e il fatturato verso il Ssn può determinare profili di criticità in relazione al fatto che, complessivamente, il valore medio della ricetta continua a calare. Ma soprattutto c'è un altro elemento: a causa dell'intenso ricorso alla distribuzione diretta, in particolare di alcune zone, si rischia di avere situazioni altamente diversificate, con un divario tra quelle regioni in cui la diretta è meno utilizzata e quelle in cui invece i volumi sono particolarmente alti, con ricadute più pesanti della misura».

Anche per Francesco Imperadrice, presidente del Sindacato nazionale dei farmacisti non titolari, Sinasfa, «la norma può essere uno strumento per individuare abusivismo o fenomeni di sotto-inquadramento contrattuale. Tuttavia, nutriamo qualche perplessità. Intanto, vorrei fare una premessa: poiché il fatturato, di necessità, è un valore medio, sarebbe stato meglio un riferimento al numero di ricette, in grado di far emergere realmente quello che è l'impegno di personale, tra tempo con il paziente, consegna del farmaco, spedizione della ricetta, e così via. Più in generale, non vorremmo che la misura si trasformasse in un boomerang per i non titolari. Faccio alcuni esempi: che cosa succede laddove il limite è superato di poco, verso l'alto o verso il basso? Dobbiamo aspettarci una nuova assunzione, pur in assenza delle condizioni strutturali da parte della farmacia, con un rischio per la sua tenuta? O, peggio, un licenziamento, nel caso opposto? Quanto incidono e come possono essere gestiti i picchi di lavoro, legati per esempio alla stagionalità? Per altro, va detto che non sempre il fatturato Ssn riesce a rendere conto della richiesta da parte dei cittadini di farmaci con prescrizione, perché non sono rare le situazioni, soprattutto in alcune zone, in cui i pazienti si presentano in farmacia con la ricetta bianca, anche per prodotti che sarebbero rimborsabili. Non vorremmo che la dotazione minima fosse interpretata, al contrario, come una sorta di limite da non superare e nemmeno che, di fronte a tali criticità, si trovassero escamotage per raggiungere il minimo obbligatorio solo a livello formale, senza una effettiva presenza al banco - con ricadute sugli altri collaboratori -, come quello di indicare tra l'organico il titolare - o altri famigliari farmacisti - anche qualora impegnato su altre attività più gestionali, oppure di differenziare le attività della farmacia tra attività SSN per le quali assumere farmacisti e attività non Ssn, per le quali non esistono vincoli quantitativi».

Quanto poi al riferimento ai servizi, «credo che prima che un'iniziativa o una prestazione diventi strutturale per una farmacia ci voglia del tempo, anche per capire quanto è in linea con le esigenze di un certo territorio, quanti sono i costi e il ritorno. Non si può pretendere che ci sia un automatismo per il titolare tra servizio offerto e personale».


Francesca Giani

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