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Politica e Sanità

31 Luglio 2018

Diretta vs. Dpc? La risposta è una farmacia che genera welfare


In un periodo di scarsità di risorse, con un servizio sanitario chiamato a rispondere a un bisogno di salute e di welfare in aumento, si fa un gran discutere, tra parte pubblica e rappresentanze di categoria o in seno a questa, della convenienza di servizi o progetti. Un esempio è il confronto, aperto da diverso tempo, tra distribuzione diretta e distribuzione per conto, a cui è dedicato un tavolo, istituito un anno e mezzo fa dalla Sifo. Ma il metodo di calcolo finora messo in campo non sembra essere soddisfacente perché l'algoritmo "glissa", di fatto, sull'accessibilità del farmaco per i pazienti, che andrebbe garantita sia in termini di capillarità e vicinanza, sia in termini di compatibilità oraria con la vita lavorativa e quotidiana. Ecco allora che, talvolta, la risposta può trovarsi "di lato", in «un cambio di prospettiva che esca da schemi economicistici e da modelli quantitativi».

A proporre questo punto di vista, è Franco Falorni, commercialista dell'omonimo studio a Pisa, che spiega: «La farmacia è un alimentatore della vita sociale di una comunità e, di conseguenza, è un generatore di welfare. Oltre a offrire un prodotto, un servizio, una consulenza, è, di fatto, un luogo di buona prossimità. Un luogo, cioè, di vicinanza, ascolto, attenzione, accortezza, responsabilizzazione, ma soprattutto è un luogo che genera coesione e crescita sociale della comunità su cui insiste. Si tratta di un valore aggiunto intangibile, certo, ma come posso riuscire a valutarlo?». A dare una risposta alla questione, secondo Falorni, è il welfare generativo, «una teoria complessa che, e qui non possiamo che semplificare, nata dalla Fondazione Zancan, un gruppo di sociologi di Padova.

Il concetto che ci fa gioco, schematizzando, è quello di generare valore aggiuntivo proprio assistendo i cittadini, in modo da far fruttare, pur su piani diversi, le risorse messe sul piatto dalla parte pubblica. Si tratta cioè di un welfare che costruisce qualcosa. L'attività di aziende e enti è organizzata in tre fattori: alfa, tutto ciò che è il lato professionale della vita aziendale; beta, tutta la parte operativa; infine gamma, ciò che riesco a fare in più, non soltanto da un punto di vista quantitativo, ma qualitativo, per far crescere la comunità di riferimento». Alla base c'è il tema della scarsità di risorse: «per rispondere agli stessi bisogni di servizio o di salute, con minori risorse, o si finisce per adattare il servizio, con un abbassamento di qualità, o si devono trovare nuovi modi e metodi valutativi».

E qui si torna alla farmacia: «Quando si va a chiedere qualcosa, un aumento di retribuzione, un'indennità, c'è ormai la tendenza a prospettare un guadagno per l'altra parte, che chiede un ritorno dell'investimento. Il modello quantitativo, però, se applicato alla farmacia può essere penalizzante. Quello che serve è un salto di pensiero, che dia un ruolo concreto al valore della farmacia. La farmacia, è innegabile, genera ricchezza sociale. Si tratta allora di uscire da algoritmi e modelli quantitativi per inserire nel ragionamento come discriminante e differenziazione il fattore gamma, che è quel fattore che sintetizza il valore della buona prossimità, ciò che cerco di fare in più per far crescere comunità». Perché il punto che non va dimenticato è proprio fare in modo di «ricreare sostenibilità economica per far sì che i bisogni primari vengano sempre soddisfatti. Tra A (tagliare) e B (ridurre la qualità), scelgo la terza via, generare valore sociale».


Francesca Giani

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