Politica e Sanità
21 Dicembre 2018Il farmacista può svolgere un ruolo rilevante nell'ottimizzazione della gestione del paziente iperteso contribuendo, insieme agli altri professionisti coinvolti, alla diagnosi precoce, al controllo dei valori pressori, all'aderenza alla terapia e alla prevenzione delle gravi conseguenze cardiovascolari, oltre che all'empowerment del cittadino, che deve essere reso consapevole e partecipe alla gestione della propria condizione. Ma in che maniera si declina l'approccio e l'intervento del farmacista nel management del paziente iperteso? A fare il punto è il libro "Raccomandazioni per la gestione del paziente iperteso in farmacia: focus su aderenza terapeutica" curato da Tonino Aceti, Coordinatore Nazionale del Tribunale per i diritti del malato, Maurizio Pace, Tesoriere Fofi, Claudio Ferri, Presidente SocietàÌ Italiana dell'Ipertensione Arteriosa, Enrica Menditto, Centro Interdipartimentale di Ricerca in Farmacoeconomia e Farmacoutilizzazione (CIRFF) - UniversitàÌ degli Studi di Napoli Federico II, Marco Bacchini, Consiglio Presidenza Federfarma, recentemente pubblicato da Edra, con il contributo non condizionato di Servier.
Nel management del paziente iperteso, è il messaggio alla base del testo, «nessuna professionalità è in grado di fornire tutte le risposte. Sono necessarie professioni autonome che lavorino insieme, in considerazione del fatto che i problemi delle cronicità comportano bisogni a lungo termine». È dunque fondamentale «implementare la coordinazione e l'integrazione dei diversi livelli di cura e dei vari attori del Ssn, quali medici di medicina generale, pediatri, specialisti, strutture sociosanitarie pubbliche e private, infermieri del territorio e farmacisti».
Ma che cosa deve fare il farmacista per gestire correttamente il paziente iperteso in farmacia, all'interno di un approccio coordinato e integrato che si basi sul team di cura?
«Dopo l'avvio della terapia antipertensiva, risulta fondamentale controllare il paziente in maniera regolare al fine di verificare gli effetti del trattamento sulla pressione arteriosa, evidenziare i possibili effetti collaterali», ma anche monitorare l'aderenza alla terapia. Un primo elemento di criticità, infatti, è costituito dal fatto che «molti pazienti ipertesi tendono a interpretare i valori non adeguati di pressione arteriosa nel corso delle visite di controllo come una condizione dovuta a fattori occasionali e a sottovalutarne significato clinico», mentre «il riscontro di una pressione arteriosa elevata» è un campanello di allarme e «deve sempre indirizzare il professionista a ricercarne le cause. In particolar modo, è fondamentale verificare la possibilità di una scarsa aderenza al trattamento terapeutico prescritto e di un consumo» diventato più frequente «di sostanze che aumentano i valori pressori oppure ostacolino l'effetto antipertensivi delle terapie, quali alcol e farmaci antinfiammatori non steroidei. Questo richiede un approccio al paziente e ai familiari assiduo ma delicato, con diverse ripetizioni della misurazione della pressione arteriosa». Senza trascurare poi il fatto che sottoporre il paziente a controlli regolari permette di stabilire quel contatto indispensabile per «riaffermare le raccomandazioni sulle modifiche dello stile di vita che rappresentano il trattamento più appropriato per molti pazienti ipertesi».
Il ruolo nella rilevazioni degli ostacoli alla terapia
Un altro aspetto dell'attività che il farmacista può compiere nella gestione del paziente iperteso riguarda «la promozione della comprensione da parte di paziente della malattia, del trattamento, del significato» e dell'importanza di essere aderenti, ma anche «la valutazione della disponibilità e capacità del paziente di attuare il trattamento», avviando un «confronto sugli eventuali ostacoli all'aderenza» e dando informazioni, oltre che sui benefici della terapia, «sull'esistenza di eventuali modalità di semplificazione su cui confrontarsi con il proprio medico, quali le terapie sostitutive associazioni fissa».
Francesca Giani
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