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Politica e Sanità

19 Marzo 2019

Antibioticoresistenza, in Italia primato negativo. Simit: manca cultura dell’uso corretto


Nell'Unione europea sono stati documentati 671.689 casi di infezioni antibiotico-resistenti, con 33.110 decessi, soprattutto nei bambini nei primi mesi di vita e negli anziani. I dati, riferiti al 2017, sono stati forniti dall'Organizzazione mondiale della sanità e dal Centro europeo per il controllo delle malattie infettive e vengono rilanciati in occasione del VII Congresso internazionale Amit (Argomenti di Malattie Infettive e Tropicali), svoltosi a Milano nei giorni scorsi.
In questo contesto, emerge il primato negativo dell'Italia, dove si registra il maggior numero di morti da resistenza agli antibiotici, circa 10mila. «Una delle possibili spiegazioni - spiega Massimo Galli, presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) - è l'insufficiente cultura nell'utilizzo dell'antibiotici, a cui si dovrebbe ricorrere quando necessario e non come "coperta di Linus" in qualsiasi situazione. Un'altra ragione deriva da una non sufficiente organizzazione dell'utilizzo degli antibiotici nel setting ospedaliero, dove una scelta mirata e accurata, in mano possibilmente esperta, diventa un fattore fondamentale per evitare questo tipo di problematica. Infine, l'Italia è stata più di altri Paesi vittima dell'ampia disponibilità di antibiotici e del conseguente abbondante utilizzo; tipi di antibiotici la cui efficacia avrebbe dovuto essere preservata sono state completamente disponibili nell'intero sistema sanitario e questo non è accaduto allo stesso modo in altri Paesi. È triste riconoscere che fenomeni restrittivi nell'utilizzo degli antibiotici possano aver avuto un effetto limitativo nell'emergenza delle resistenze. In altre parole, noi abbiamo curato molto e a volte con qualche utilizzo di troppo o non del tutto appropriato». Se questo è lo scenario dell'antibiotico resistenza dovuta al consumo umano, un'altra causa riconosciuta è quella dell'ampio utilizzo di questi farmaci negli allevamenti intensivi di animali. «È una questione parallela e importante - sostiene Galli - quel che esce, in termini di materiali reflui, dagli allevamenti è ricco di ceppi resistenti ad antibiotici che avrebbero potuto essere utili per l'uomo e ormai stanno diventando inefficaci. Non è una problematica limitata ai Paesi industrializzati, ma è estesa a livello globale e caratterizza anche Paesi emergenti e nuove economie; per fare un esempio, la quantità di antibiotici che vengono utilizzati negli animali in Cina è spaventosa».

A ricordare i moniti sull'uso corretto degli antibiotici è Andrea Mandelli, presidente Fofi, che in un'intervista radiofonica su RadioCapital ha sottolineato che «l'uso deve essere figlio della prescrizione del medico. Bisogna evitare di autodiagnosticarsi la necessità di assumerli semplicemente perché in casa ne è rimasta una confezione residua o perché quel sintomo sembra simile a quello per il quale il farmaco era stato prescritto. Dall'uso inconsapevole non può che derivare un danno di salute nonché la diffusione di agenti infettivi sempre più resistenti. Le stime ci dicono che nel 2050 le infezioni saranno la principale causa di morte».

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