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Politica e Sanità

22 Luglio 2019

Farmaceutica, 2019 è l’anno delle fusioni dei grandi gruppi


Farmaceutica, nel 2019 diverse fusioni hanno riguardato colossi del mondo del farmaco, secondo un trend che sembra destinato a crescere

Il 2019 si conferma l'anno delle fusioni fra grandi gruppi farmaceutici, secondo un trend che sembra sempre più destinato a continuare. Dall'accordo Shire-Takeda di fine 2018, valutato 58 miliardi di dollari, alla fusione Celgene-Brystol/Myers Squibb per 74 miliardi e l'acquisto di Allergan da parte del gruppo biofarmaceutico Abbvie dello scorso 25 giugno, del valore di 63 miliardi, il mercato sembra sempre più testimoniare come i "mega-merger" siano la risposta strategica naturale per le grandi società del settore.
Una situazione, quella delle nuove realtà merger, le cui cause sono rintracciabili in una pluralità di fattori determinanti. In primo luogo, una naturale tendenza alla diversificazione.
Partendo dai dati azionari di Abbvie diffusi dal Wallstreet Journal e ripresi da Milano Finanza, è possibile notare come, nel primo giorno di contrattazione con Allergan, il valore in borsa delle azioni Abbvie sia calato da 78,45 dollari a 65,70, mentre quello di Allergan sia cresciuto da 129,57 a 162,43. Successivamente le quotazioni di Abbvie sono tornate a crescere. Come suggerisce l'analisi del Wallstreet Journal, il calo azionario sarebbe dovuto alla prospettiva del decadimento del brevetto di Humira, che costituiva circa il 60% del fatturato del gruppo, mentre la successiva ripresa sarebbe da imputare alla diversificazione derivante dall'acquisizione (Allergan tratta farmaci usati nell'ottica, nella gastroenterologia e nelle patologie del sistema nervoso).
Un secondo fattore determinante sarebbe la competizione derivante dall'ingresso dei medicinali generici nel mercato, la cui economicità mette a rischio il blockbuster del farmaco. Come nel caso di Abbvie, spesso i gruppi farmaceutici basano parte rilevante del proprio fatturato su un singolo prodotto, e l'ingresso di un competitor a prezzo inferiore costituirebbe un problema. Una situazione alla quale le case farmaceutiche avrebbero tentato di rispondere limitando l'aumento dei prezzi: il costo da listino per medicinali branded sarebbe aumentato del 3,3% nel primo trimestre del 2019, a differenza del 6,3% dell'anno precedente, secondo i dati Ssr Health.
Infine, le big pharma dispongono generalmente di forti flussi di cassa e di bilanci tali da rendere appetibili eventuali investimenti e l'emissione di debito per l'acquisto di asset, sfruttando dei tassi di interesse che rimangono bassi.

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