Farmaci e dintorni
22 Maggio 2014Il modo di camminare dei pazienti anziani in terapia con antidepressivi andrebbe monitorato poiché l’assunzione di questi farmaci, ma non i sintomi della depressione, è associata ai disturbi della deambulazione. Si tratta di un’evidenza emersa da uno studio appena pubblicato sull’American Journal of Geriatric Psychiatry. «Tra gli anziani le cadute rimangono un evento poco prevedibile» commenta Orna Donoghue del Trinity College di Dublino «e spesso possono causare distorsioni, fratture, lesioni e addirittura conseguenze anche fatali. Un anziano su tre cade ogni anno con centinaia di migliaia di accessi in pronto soccorso». Diversi studi hanno collegato l’uso di antidepressivi al rischio di cadute accidentali, fratture e fragilità specie tra gli adulti più anziani, ma i risultati ottenuti restano finora contrastanti. Per chiarire la questione i ricercatori irlandesi hanno selezionato 1.998 ultrasessantenni, di questi, spiega la ricercatrice «il 7,8% aveva rilevanti sintomi depressivi e il 4,9% stava assumendo farmaci contro la depressione». La deambulazione di tutti i partecipanti è stata valutata in modo approfondito, sia in piano sia mediante la salita e la discesa di un minimo di otto gradini, ebbene, si legge nell’articolo, l’andatura degli individui con sintomi depressivi è risultata in media più lenta (4-7 centimetri al secondo in meno) rispetto agli anziani non depressi. Ma inaspettatamente i partecipanti in terapia con antidepressivi camminavano addirittura 14 cm/s più lentamente rispetto a chi non era in terapia. «Ci sono molte spiegazioni possibili per la relazione tra antidepressivi e disturbi dell’andatura» spiega Donoghue. Per esempio, tali farmaci hanno un certo numero di effetti collaterali che possono influenzare il cammino, tra cui rigidità muscolare e sonnolenza. «I nostri risultati suggeriscono che una valutazione della deambulazione e del rischio di cadute può essere utile negli adulti anziani con sintomi depressivi, specie in presenza di una prescrizione di antidepressivi» conclude la ricercatrice.
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