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Farmaci e dintorni

18 Marzo 2015

La supplementazione di vitamina D non abbassa la pressione arteriosa


Uno studio di revisione dei trial clinici sull'argomento appena pubblicato su JAMA Internal Medicine suggerisce che la vitamina D non serve a ridurre la ridurre la pressione sanguigna e non deve essere usata come antipertensivo. Da tempo è noto dagli studi osservazionali che la carenza di vitamina D è spesso presente in chi soffre di ipertensione; inoltre, gli studi randomizzati controllati sulla vitamina D in soggetti umani hanno prodotto effetti contradditori sugli esiti cardiovascolari, delineando un quadro piuttosto confuso. A complicare le cose ci si è messo un studio svolto nel 2013 dall'Institute of Child Health dell'University College di Londra, in cui i ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 155.000 persone raccolti in numerosi centri europei e statunitensi. I risultati? Chi presentava alte concentrazioni di 25-idrossivitamina D aveva anche valori di pressione sanguigna più bassi della media, e quindi un ridotto rischio di ipertensione. Nella stessa direzione vanno i risultati di un altro trial pubblicato l'anno scorso su The Lancet Diabetes & Endocrinology dai ricercatori dell'University of South Australia, da cui emerge la presenza di un deficit di vitamina D in molti pazienti ipertesi, il che significa che potenzialmente la supplementazione vitaminica potrebbe prevenire l'ipertensione in pazienti selezionati, senza ricorrere ai farmaci. «Ma la presenza di un'associazione non è dimostrazione di causalità» sottolinea Miles Witham dell'Università di Dundee, in Scozia, che per approfondire l'effetto antiipertensivo della vitamina alla luce del numero crescente di studi clinici su diidrocolecalciferolo e salute cardiovascolare ha analizzato i dati di 73 trials per un totale di 7.633 partecipanti, non trovando alcun effetto sulla pressione sistolica o diastolica dovuto alla supplementazione di vitamina D. «I risultati di quest'analisi non supportano l'uso della vitamina D o dei suoi analoghi né nel trattamento individuale dei pazienti ipertesi e nemmeno come intervento antipertensivo a livello di popolazione» conclude Witham.

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