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Farmaci e dintorni

23 Marzo 2016

Antibioticoresistenza: con la fosfomicina si torna all’antico e sarà un progresso


Il fenomeno dell'antibioticoresistenza è sempre più allarmante. Sono rimasti pochi antibiotici ancora efficaci contro ceppi multiresistenti e devono essere usati con oculatezza in associazioni prestabilite. La ricerca sta sviluppando molecole innovative ma bisognerà attendere anni. Nel frattempo, la soluzione migliore è recuperare antibiotici che in passato erano stati ingiustamente abbandonati e che invece si stanno rivelando un'utile risorsa, come è il caso della fosfomicina. Questo, in estrema sintesi, quanto è emerso da un incontro tenutosi ieri a Milano dedicato alle infezioni nosocomiali.

«Stiamo rischiando seriamente di perdere insostituibili armi terapeutiche che diamo per 'scontate', ovvero gli antibiotici, a causa di una loro progressiva perdita efficacia, dovuta all'uso eccessivo e improprio, che provoca nei germi lo sviluppo di meccanismi di resistenza sempre più forti» ha detto Claudio Viscoli, presidente della Società italiana di terapia antinfettiva (Sita). «Nel corso degli anni, l'industria farmaceutica e la ricerca indipendente erano sempre riuscite a mettere di volta in volta a disposizione nuovi antibiotici in grado di vanificare i vari meccanismi di resistenza messi in atto dai batteri, ma da qualche anno non è più così. Per svariati motivi, i nuovi antibiotici sono pochi e si sono diffusi nel mondo ceppi particolari contro i quali i comuni antibiotici non sono più attivi. Uno dei più temibili "superbugs" è la Klebsiella pneumoniae produttrice di carbapenemasi (CP-kp), resistente anche ai carbapenemi» che dal 2008 al 2014 ha fatto registrare in Italia un incremento fino a valori compresi tra il 25 e il 50%. «I provvedimenti da mettere in atto per contrastare la diffusione di questi micro-organismi sono ben conosciuti, ma non facilmente applicabili» sostiene Viscoli. «L'educazione degli operatori sanitari al lavaggio delle mani e all'utilizzo dei guanti, lo screening dei portatori di questi batteri e il loro isolamento, lo screening dei contatti e la diagnosi microbiologica rapida sono azioni che, se applicate tutte insieme e da tutti gli ospedali potrebbero arrestare questo preoccupante fenomeno». «Le infezioni nosocomiali sono una causa importante di morbosità e di mortalità: in Italia la loro prevalenza è stimata in circa 300.000 casi all'anno» ha specificato Gian Maria Rossolini, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia di A.O.U. Careggi di Firenze. «Vari tipi di microrganismi possono esserne responsabili. Tra i batteri, i principali sono gli enterobatteri (soprattutto Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae), gli stafilococchi, i batteri Gram-negativi non fermentanti (soprattutto Pseudomonas aeruginosa ed Acinetobacter), gli enterococchi e il Clostridium difficile. Tra i funghi, le candide di varie specie. L'importanza relativa di questi patogeni può variare nei vari paesi. In Italia, gli enterobatteri (Klebsiella pneumoniae ed Escherichia coli) e Pseudomonas aeruginosa si collocano ai primi tre posti». Una prima risposta al problema è citata da Ercole Concia, direttore della Clinica Malattie infettive e tropicali A.O.U. di Verona: «da fine marzo» afferma «sarà disponibile negli ospedali italiani la fosfomicina, un antibiotico ad ampio spettro d'azione, estremamente utile nella terapia delle Klebsielle multiresistenti. Il farmaco, che dovrà essere utilizzato in associazione sinergica con altri antibiotici (colimicina, carbapenemi), presenta un ottimo profilo di sicurezza e tollerabilità, si diffonde bene nell'organismo, può essere somministrato sia agli adulti che ai bambini, neonati inclusi. La molecola mostra un ampio spettro di attività che comprende diversi batteri gram-negativi e gram-positivi anche multiresistenti: è attiva contro la maggior parte dei ceppi di Pseudomonas aeruginosa e di diverse Enterobacteriaceae multi-resistenti».

«All'orizzonte, comunque» aggiunge Matteo Bassetti, direttore Clinica Malattie Infettive A.O.U. Santa Maria Misericordia di Udine «si intravedono alcuni nuovi antibiotici molto interessanti: nuove combinazioni di inibitori delle betalattamasi in grado di ripristinare l'attività degli antibiotici, soprattutto nei confronti dei gram-negativi resistenti. Passeranno anni, comunque, prima che questi farmaci possano essere in commercio. Nel frattempo, alcuni dei "vecchi" farmaci poco utilizzati fino a oggi, ma dotati di una notevole attività microbiologica come la fosfomicina, potrebbero aiutare a colmare questo momentaneo "gap"».

(A.Z.)

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