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Farmaci e dintorni

20 Maggio 2016

Acido acetilsalicilico a basse dosi protegge da ca prostatico


L'uso di acido acetilsalicilico (Asa) a basso dosaggio (Lda, 75-100 mg/die) determina una riduzione del rischio di sviluppare un tumore alla prostata di oltre il 60%. Lo ha evidenziato uno studio osservazionale, realizzato grazie al database "Health Search" della Simg (Società italiana dei medici di medicina generale e delle cure primarie), pubblicato su International Journal of Cancer. La presentazione dello studio è avvenuta pochi giorni fa a Pomezia (Roma), nel corso dell'assemblea regionale del Lazio della Simg. Introducendo i lavori, il presidente della Simg Lazio, Gerardo Lanza, ha voluto sottolineare il valore aggiunto della ricerca che ha visto i medici di famiglia protagonisti: «Il ruolo del medico di medicina generale è fondamentale per la prevenzione perché egli conosce vita, morte e miracoli del suo paziente e della sua famiglia». Nel caso dell'Asa a basse dosi, ha aggiunto, è innanzitutto il medico di famiglia a decidere quando e come prescrivere e, soprattutto, verificare nel tempo l'azione del farmaco. Un concetto successivamente ribadito dal presidente nazionale della Simg, Claudio Cricelli. «Grazie all'osservazione dell'attività quotidiana della medicina del territorio si possono acquisire una quantità enorme di informazioni utili alla ricerca e il lavoro svolto con l'Asa, un farmaco di cui si pensava si conoscesse tutto, ne è la dimostrazione». Un crescente corpo di evidenze indica che l'uso di aspirina a basso dosaggio (LDA) riduce il rischio di alcuni adenocarcinomi, si ricorda nel lavoro, ma se da un lato ci sono diverse e coerenti conclusioni sull'effetto protettivo di Lda sul carcinoma del colon-retto e altri tumori, dall'altro le prove disponibili sul cancro della prostata (Pca) sono al contrario poche e conflittuali. Allo scopo di valutare se l'Lda fosse in grado di ridurre il tasso di incidenza dei Pca è stato dunque condotto questo studio retrospettivo di coorte basato sulla popolazione a livello nazionale - svolto in collaborazione con il Fadoi (Federazione associazioni dirigenti ospedalieri) e Amd (Associazione medici diabetologi) - utilizzando il database longitudinale dei pazienti Health Search Ims (Hsd). La ricerca ha evidenziato come gli effetti più eclatanti dell'assunzione di Lda in campo oncologico, si registrano dopo una assunzione prolungata. Entro i primi cinque anni, infatti, i benefici non sono statisticamente rilevanti ma dal quinto anno in poi lo sviluppo del tumorale è risultato inferiore. Più in dettaglio l'utilizzo di Lda è apparso associato con un tasso di diminuzione dell'incidenza di Pca (hazard radio, Hr = 0,64), che è stata determinata principalmente da una frequenza d'uso di Lda pari o superiore a due volte alla settimana (Hr = 0,60); tale associazione è risultata più pronunciata (Hr = 0,43) quando l'Lda è stata impiegata per cinque o più anni. L'unico problema può risiedere nella scarsa aderenza, da parte del paziente, al trattamento: infatti solo il 52% dei pazienti con patologie croniche assume la terapia prescritta. I motivi sono diversi (dimenticanza, scarsa conoscenza, etc.) ed è per questo che è importante il "position paper" realizzato dalla Simg. «Per noi questo documento vuole essere una linea guida scientifica con la quale si consolida il processo di integrazione tra medicina generale e specialisti, nella gestione del paziente cronico» ha concluso Lanza.

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