Farmaci e dintorni
23 Novembre 2016L'uso di inibitori di pompa protonica non correla con un aumentato rischio di polmonite acquisita in comunità, secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal. «Ricerche precedenti indicano che i pazienti sottoposti a terapia a lungo termine con inibitori di pompa protonica sviluppano polmonite acquisita in comunità più frequenti e più gravi rispetto ai non trattati, ipotizzando, tra l'altro, che ciò possa dipendere da un'inibizione diretta della funzione leucocitaria causata dagli antiacidi» spiega Timothy Card, del Nottingham University Hospitals Nhs Trust e University of Nottingham, nel Regno Unito. Al fine di stabilire se l'uso di inibitori di pompa protonica fosse in grado di aumentare le probabilità di ammalarsi di polmonite acquisita in comunità i ricercatori hanno analizzato i dati di 160.000 adulti cui era stato prescritto un trattamento con inibitori di pompa protonica confrontandoli con altrettanti coetanei non trattati. «A prima vista, i risultati dei calcoli statistici indicavano un rischio di polmonite acquisita in comunità aumentato del 67% nei pazienti trattati con PPI rispetto ai controlli» scrivono gli autori, che tuttavia, approfondendo l'analisi, hanno scoperto che in 48.451 individui trattati con inibitori di pompa protonica l'incidenza di polmonite acquisita in comunità era maggiore nei 30 giorni prima dell'assunzione del farmaco rispetto al mese successivo alla prescrizione.
«Inoltre, i calcoli statistici eseguiti usando il metodo della regressione di Cox indicano che il rischio di polmonite acquisita in comunità da inibitori di pompa protonica era maggiore l'anno precedente la prescrizione rispetto al successivo, mostrando di fatto una riduzione del rischio relativo di polmonite associata all'uso di inibitori di pompa protonica» aggiunge il ricercatore. «Questo studio dimostra che, anche se esiste un aumento del rischio di polmonite acquisita in comunità tra gli utilizzatori di inibitori di pompa protonica, è improbabile che l'associazione sia causale, ma dipende probabilmente da fattori di confondimento» scrive in un editoriale di accompagnamento Kristian Filion, del Center for Clinical Epidemiology al Jewish General Hospital di Montreal, Canada.
Bmj 2016. doi: 10.1136/bmj.i5813
http://www.bmj.com/content/355/bmj.i5813
Bmj 2016. doi: 10.1136/bmj.i6041
http://www.bmj.com/content/355/bmj.i6041
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