Farmaci e dintorni
11 Luglio 2017L'associazione tra uso di benzodiazepine e mortalità potrebbe essere inferiore a quanto pensato in precedenza, secondo uno studio retrospettivo di coorte pubblicato sul British Medical Journal. Le benzodiazepine sono una delle classi di farmaci psicotropi più comunemente prescritte nei paesi sviluppati per la loro ormai nota efficacia nel trattamento dell'ansia e dell'insonnia. Ci sono state però prove di un aumento di tre o più volte del rischio di mortalità da tutte le cause tra gli adulti che ne fanno uso, anche per periodi brevi; questi risultati sono stati supportati talvolta da grandi lavori che forniscono stime precise, ma rimangono diversi dubbi sulla specificità dell'effetto, sul meccanismo biologico poco chiaro e su varie limitazioni di progettazione delle ricerche. «Dato l'elevato numero di persone che usano benzodiazepine e la gravità dell'esito, le forti associazioni tra benzodiazepine e mortalità hanno importanti implicazioni per la salute pubblica» afferma Elisabetta Patorno, del Brigham and Women's Hospital e Harvard Medical School di Boston, prima autrice dello studio. «Abbiamo pertanto valutato il rischio della mortalità da tutte le cause associato con l'uso di benzodiazepine in un grande database commerciale americano di assicurazione sanitaria, mitigando l'impatto dei fattori confondenti attraverso un approccio specifico di studio e strategie analitiche» aggiunge. I ricercatori hanno appaiato 1,7 milioni di adulti che hanno iniziato un trattamento con benzodiazepine tra il 2004 e il 2013 con 1,9 milioni di adulti che non ne hanno fatto uso. Durante i primi sei mesi di follow-up, la mortalità per tutti i casi non ha mostrato differenze significative tra chi aveva iniziato le benzodiazepine e chi non le aveva iniziate; l'inizio della benzodiazepina è stato associato a piccoli ma significativi aumenti della mortalità in caso di pazienti di età inferiore a 65 anni, oppure quando si usavano benzodiazepine a breve termine o ancora quando il follow-up è stato esteso a 12 e 24 mesi. «Se esiste un effetto dannoso, è probabile che sia molto più piccolo di quanto riportato in precedenza, e che abbia una rilevanza clinica incerta» concludono gli autori.
Bmj. 2017. doi: 10.1136/bmj.j2941
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28684397
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