Politica e Sanità
30 Novembre 2011L''imposizione di criteri eccessivamente restrittivi e di metodologie molto costose e poco funzionali per la validazione degli health claims degli antiossidanti rappresenta un danno per l''industria e per la ricerca biochimica. Questo è vero specialmente in Italia, dove si rischia di far venire meno le già magre risorse a disposizione. Questo l’allarme lanciato da Giovanni Scapagnini, professore associato di biochimica clinica dell''Università del Molise, nel corso della conferenza "Le evidenze scientifiche dell''integrazione alimentare", promossa da Federsalus, l’associazione delle aziende che operano sul mercato dei prodotti salutistici. Il riferimento è al regolamento europeo 1924/2006 e alla metodologia utilizzata dall''Efsa per valutare le indicazioni salutistiche presentate dagli operatori. «In particolare» è la protesta del professore, diffusa attraverso una nota di Federsalus, «l''Efsa ha rigettato tutti gli health claims che riguardavano gli antiossidanti, non riconoscendo la validità scientifica delle indicazioni che mettevano l''accento sulla capacità di stimolare i meccanismi intracellulari che garantiscono la sopravvivenza e la longevità delle cellule. Di contro, l''Efsa ha indicato come unico health claim ammissibile la comprovata capacità di ridurre specifici biomarker dello stress ossidativo. In questo modo, si è espressa a favore di un approccio alla validazione scientifica che non solo è complesso ed estremamente costoso allo stato dell''arte, ma che rischia anche di condurre la ricerca su un binario morto». Da qui l’auspicio «che presto Efsa definisca un corretto metro di valutazione da applicare per esprimere un giudizio scientifico sulle proprietà salutistiche di un alimento, tenendo a questo punto presente la tradizione d''uso».
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