Politica e Sanità
25 Gennaio 2012Con il decreto sulle liberalizzazioni ormai in Gazzetta, riflessioni e analisi su quello che accadrà al sistema farmacia possono ora poggiare su dati più sicuri. E’ il caso per esempio del balletto di cifre offerto dalle previsioni dei giorni scorsi sul quorum a tremila abitanti (e relativi resti): per Federfarma spunteranno settemila farmacie, per il governo cinquemila, per altre fonti una cifra a metà strada. Ora arriva anche la stima del Cirff, il Centro interdipartimentale di farmacoeconomia e farmaco utilizzazione dell’università Federico II di Napoli: in base a un’analisi della popolazione negli ottomila comuni italiani, le sedi che si istituiranno per effetto del decreto dovrebbero essere poco più di quattromila, per la precisione 4.228. Di queste 741 in Lombardia, 420 in Veneto, 336 in Emilia Romagna, 459 in Lazio, 394 in Campania, 326 in Puglia e 346 in Sicilia. «Se Federfarma dice settemila» spiega il direttore del Cirff Ettore Novellino (foto), docente alla facoltà di farmacia della Federico II e presidente dell’ordine dei farmacisti di Avellino «probabilmente è perché nel totale vengono messe anche le 1.800 farmacie che non si riescono ad aprire perché ubicate in comuni più piccoli». Sarebbero, per intenderci, quei presidi con bacino al di sotto dei mille abitanti per i quali il decreto ha istituito il fondo di solidarietà. «In ogni caso» riprende Novellino «che le nuove farmacie siano sei o settemila, è certo che per vecchi e nuovi titolari il futuro è in salita. Nel 2011 i fatturati sono diminuiti del 10% e nel 2014, con la scadenza degli ultimi brevetti, tutti i farmaci di fascia A saranno genericabili. Oggi aprono seimila nuove farmacie, domani se ne chiuderanno parecchie perché la competizione tra presidi farà vincitori e vinti».
In questo scenario, Novellino non può fare a meno di ricordare l’occasione persa dieci anni fa con la proposta di riforma Bernasconi (dal nome dell’allora senatrice diessina che compariva come prima firmataria), cui lui collaborò: «Quella proposta» osserva «avrebbe ammodernato il servizio mettendo la farmacia al riparo da tutte le grane successive, dalle lenzuolate di Bersani fino al decreto sulle liberalizzazioni. Avremmo abbassato il quorum a un valore non molto diverso da quello per cui oggi i titolari firmerebbero subito, 3.500 abitanti per farmacia con seconda sede al 50%, e l’avremmo fatto in un momento in cui il mercato avrebbe attutito il colpo. Ma la categoria si chiuse a riccio e la riforma si arenò».
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