Politica e Sanità
20 Giugno 2012È ora che la farmacia italiana esca dall’autoreferenzialità nella quale si è finora cullata e prenda spunto dagli altri paesi europei. Non per copiare pedissequamente, ma per mettere in piedi una proposta di riordino coerente e organica che restituisca stabilità al sistema. È la riflessione proveniente da Torino all’indomani del convegno che sabato scorso (vedi F33 di ieri) ha visto esperti e farmacisti di diversi paesi ragionare sul futuro della farmacia, mettendo a confronto le reciproche esperienze. E per Mario Giaccone, presidente dell’Ordine dei farmacisti del capoluogo piemontese e consigliere nazionale della Fofi, questa dovrebbe essere la metodologia da seguire per uscire dalla nebbia in cui oggi si trova la farmacia italiana.
A Torino hanno parlato farmacisti francesi, inglesi, svizzeri e polacchi. E il segretario generale del Pgeu, John Chave, ha offerto una panoramica delle regole vigenti nei vari paesi dell’Unione. Un commento?
L’impressione è che non stiamo né meglio né peggio degli altri. Ma soprattutto, si è capito una volta di più che sbagliamo a restare chiusi nella nostra torre d’avorio: i farmacisti italiani devono abituarsi a guardare che cosa accade all’estero per capire in anticipo i cambiamenti che arriveranno e le risposte da dare loro.
Per esempio?
Faccio l''esempio più provocatorio, l’Inghilterra: abbiamo senz’altro a che fare con uno scenario più radicalizzato del nostro, dove coesistono e competono almeno sette od otto modelli di farmacia, ma lì i cambiamenti che noi oggi stiamo affrontando si sono scatenati con diversi anni di anticipo e allora sarebbe miope rifiutare confronti e insegnamenti. Là le farmacie hanno messo in campo strategie avanzate per rispondere a un mercato sempre più serrato e competitivo, il fatto che accesso e professione non abbiano le regole cui noi siamo abituati non può impedirci di ammettere che sui servizi le farmacie inglesi sono molto più avanti.
In altri termini, è arrivato il momento di ragionare senza dogmatismi e luoghi comuni…
E senza isterismi. Abbiamo esempi di mercati più aperti del nostro, come quello tedesco o svizzero, dove l’impresa-farmacia è meno danneggiata di quello che crediamo, perché si confronta con un sistema di regole semplificato e stabile nel quale l’attività imprenditoriale può crescere con maggiori certezze.
E sulla remunerazione?
Stesso discorso. Negli altri paesi sono riusciti a rivedere i meccanismi di pagamento delle farmacie nel momento stesso in cui difficoltà ed evoluzione del mercato hanno fatto intuire che i vecchi modelli non erano più sostenibili. Ma quello che dovrebbe farci riflettere, è che queste riforme sono arrivate a buon fine perché inserite in un progetto organico nel quale appariva chiaramente il percorso da imboccare. A noi, oggi, quella organicità manca ancora.
In che senso?
Ci manca un modello, non c’è ancora una proposta che riesca a rimettere ordine nel caos originato da una lunga serie di provvedimenti traumatici, dalla 405/2001 fino al decreto Monti passando per la riforma Bersani. Gli argomenti da comporre sono tre: remunerazione, servizi e dispensazione. Ma vanno visti come un unicum dove il pacchetto dei servizi si associa alla dispensazione del farmaco e ne giustifica la remunerazione, specie nella gestione delle patologie croniche. La Federazione è partita con la proposta dei servizi già nel 2006, ora sta ragionando su un approfondimento ad hoc. La farmacia italiana è una biglia che sta lentamente rotolando su un piano inclinato. Dobbiamo raddrizzare questo piano e forse, buttando un occhio al di là di casa nostra riusciremo a capire come.
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