Politica e Sanità
05 Luglio 2012Ieri a Roma si è anche tornato a parlare di riforma della remunerazione. Ha provveduto un convegno organizzato da Federfarma Lazio nel quale si è fatta una panoramica dei pro e dei contro che accompagnano i modelli adottati negli altri paesi europei. «Il modello ideale» ha ricordato Alberto Pastore, direttore del dipartimento di Management della Sapienza «dovrebbe finanziare tutte le attività svolte dalla farmacia – dalla dispensazione alla consulenza, dai servizi alla gestione d’impresa – rappresentare un punto di convergenza tra gli interessi di tutta la filiera, ridurre i rischi e infine mettere al riparo i titolari da interventi politici discrezionali». Un sistema misto con quota fissa e margine come quello che Fedefarma sembra preferire, quindi, rischia di rivelarsi un boomerang, senza un meccanismo automatico che indicizzi il forfait a pezzo in modo da seguire l’inflazione. «E comunque» ha proseguito Pastore «un modello in cui la quota fissa rappresenta i sette ottavi della remunerazione Ssn presenta parecchi rischi. Sarebbe meglio una riflessione più ampia magari con il coinvolgimento di alcuni esperti». Ed ecco allora un nuovo appello del presidente di Federfarma Lazio, Franco Caprino, perché di riforma della remunerazione non si parli fino a quando il governo dei tecnici resta in sella. «Tra loro non c’è nessuno che si preoccupi dei voti che prenderanno» ha detto «andare a trattare la remunerazione con un Catricalà o un Giarda significa partire perdenti. Il tema è troppo delicato, sbagliare adesso significa decretare la morte delle piccole farmacie». Di diverso avviso Marco Cossolo, segretario di Federfarma Piemonte: «Anch’io ho serie perplessità sul modello sposato da Federfarma» ha osservato «ma un modello che retribuisca le farmacie per i servizi e l’attività professionale che svolgono è sempre più urgente, perché il farmaco vale sempre meno mentre il valore intellettuale della professione sarà sempre più richiesta».
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