Politica e Sanità
12 Settembre 2012Per un’Asl, preferire la dpc alla distribuzione diretta significa assicurarsi risparmi che possono anche superare il 30%. L’indicazione arriva dallo studio del Cref (Centro ricerche economia e formazione) presentato ieri a Roma con un convegno ospitato nella biblioteca del Senato. L’indagine, frutto di una collaborazione tra Federfarma e l’azienda sanitaria di Trieste, ha stimato i costi effettivi sostenuti dalla struttura per la distribuzione diretta e li ha poi messi a confronto con quelli che si determinerebbero nell’ipotesi di una distribuzione per conto. «Nel 2010» ha spiegato Andrea Garlatti, docente di economia aziendale all’Università di Udine «l’Asl ha distribuito direttamente farmaci per un valore d’acquisto di 2,9 milioni di euro, e ha sostenuto per quest’attività costi pari a poco più di 890mila euro. In sostanza, i costi rappresentano circa il 30% del valore del distribuito, ossia 20 euro a confezione».
Nell’ipotesi in cui quello stesso volume di confezioni venisse distribuito in dpc con una remunerazione alle farmacie di 7,50 euro a confezione, l’Asl ridurrebbe i costi di circa 680mila euro, ossia 14 euro a confezione. «Rispetto ai venti euro di prima» è la conclusione di Garlatti «il calo è di poco superiore al 29%».
Tale valore, come se non bastasse, si riferisce strettamente alla realtà dell’Asl triestina che si è prestata a fare da campione: «Quest’azienda non è certo tra le più inefficienti del paese» ha ricordato Damiano Degrassi, presidente del Cref «quindi è legittimo supporre che in altre aziende i risparmi potrebbero essere anche maggiori». E le stesse considerazioni sul rapporto tra pubblico e privato si possono fare anche per altri servizi: «La ricerca» ha concluso Garlatti «autorizza a pensare che con la rete delle farmacie sono possibili economie di “specializzazione” non solo nella distribuzione del farmaco ma anche in altre attività, come i servizi logistici e professionali».
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