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Politica e Sanità

05 Marzo 2013

Farmaci e cosmesi compatibili con islam: un mercato in crescita


È un mercato da 4 miliardi di euro quello rappresentato in Italia dai consumatori attenti all’aspetto halal, cioè lecito secondo il Corano, dei prodotti tra cui vanno inclusi anche i farmaci e i cosmetici. Sono questi i dati riferiti dalla Halal international authority (Hia), organismo italiano certificatore secondo gli standard islamici, riconosciuto a livello internazionale, presentati in occasione di un incontro svoltosi nei giorni scorsi nella sede dell’aeroporto Malpensa. «Il volume di affari è maturato in pochissimi anni» spiega Sharif Lorenzini, presidente di Hia «in Italia ha raggiunto i 4 miliardi di euro a partire dal 2010, anno in cui l’Authority ha iniziato a operare, su una popolazione di musulmani di circa 4 milioni di persone. Attualmente, sono circa una decina le aziende italiane e multinazionali, che producono farmaci, integratori e cosmetici in proprio o per conto terzi, che hanno ottenuto la certificazione per farmaci, ingredienti, principi attivi e integratori alimentari, ma anche per il processo di produzione, stoccaggio e trasporto affinché non ci siano fonti di contaminazione. La certificazione halal è una garanzia di tracciabilità della filiera del prodotto ed è proprio per questa attenzione alla qualità del prodotto che il mondo islamico non è l’unico consumatore di questo mercato». Sono infatti molto stringenti i requisiti per ottenerla, chiarisce Lorenzini: «Per la certificazione dei farmaci ingeriti va verificata tra gli ingredienti l’assenza totale di sostanze di origine animale che provengano da animali proibiti. Tanto per citare un esempio, l’insulina è spesso di origine suina, dunque non halal. Ma anche le capsule di rivestimento sono di origine animale quindi anche quelle vanno certificate. Inoltre, la presenza di alcol deve essere inferiore allo 0,05% che è la soglia ammessa. Gli stessi criteri sono validi per i prodotti cosmetici per uso esterno, con una maggiore tollerabilità per l’alcol». La certificazione è riconoscibile sul prodotto grazie al marchio che riporta la sigla Hia, ma secondo Lorenzini non è sufficiente: «Bisognerebbe migliorare l’informazione e la sensibilità verso il tema e estendere la certificazione al punto vendita poiché i prodotti certificati devono essere conservati e stoccati in modo particolare per evitare le fonti di contaminazione involontaria. Per questo andrebbe fatta una formazione anche ai farmacisti che desiderano dispensare questo tipo di prodotto». Il ruolo del farmacista in questo ambito, è stato ribadito anche da Foad Aodi, presidente dell’Associazione medici di origine straniera in Italia, che in occasione di un convegno dell’Iss sulla prescrizione farmaceutica nella popolazione immigrata, afferma: «Molto spesso sono cittadini che non hanno un medico di famiglia e per loro il farmacista rappresenta il riferimento principale per i problemi di salute, ed è importante che sappiamo dare consigli e informarli nel modo più corretto possibile».

Simona Zazzetta

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