Politica e Sanità
05 Settembre 2013Settimana intensa per l’Università italiana. Sono questi in questi, infatti, i giorni in cui si svolgono le selezioni per l’accesso alle facoltà a numero chiuso. Dalle professioni sanitarie a medicina e odontoiatria sono 115 mila, secondo le cifre fornite dal ministero della Salute, i diplomati che hanno deciso di iscriversi a queste facoltà. Un numero che non contempla i candidati all’iscrizione a Farmacia, dove, almeno per ora, non esiste il numero chiuso. Esiste, però, in quasi tutte le facoltà, al di là della programmazione nazionale, un accesso programmato, indispensabile per poter assicurare un’offerta didattica adeguata, come spiega Giancarlo Cravotto, Direttore del Dipartimento di Scienza e tecnologia del farmaco all’Università di Torino e uno dei cinque rappresentanti della Conferenza dei presidi di Facoltà, presieduta da Ettore Novellino. «Le ragioni che hanno condotto all’introduzione del test di selezione» spiega Cravotto «sono sia le carenze strutturali e organizzative, come la mancanza di laboratori e il mancato turn over dei docenti, sia il calo occupazionale. “Stringere” i numeri da un certo punto in poi è diventato inevitabile. Il cut-off, peraltro» continua «non è elevatissimo visto che su 520 candidati, approssimativamente, i posti disponibili sono 180 per la facoltà di Farmacia. Poi ci sono anche Ctf e Tecniche erboristiche». Gli studenti vengono sottoposti a domande a risposta multipla sulle materie base come chimica, biologia, fisica e matematica e hanno, in teoria, tutti le stesse possibilità di partenza. «È evidente un test non può bastare» sottolinea Cravotto «ma non possiamo permettere che la selezione venga dal mondo del lavoro». Quanto alla discussione sull’introduzione di un numero chiuso a livello nazionale, l’ideale, probabilmente, secondo il docente torinese «sarebbe introdurre il modello francese, del quale si sta discutendo anche sul Tavolo nazionale sull’Università. In Francia tutti hanno accesso al primo anno di studi e la selezione si fa a quel punto. Ma subentra un altro problema. L’Università Italiana non è in grado di sostenere un numero di studenti così elevato. Nel caso di Torino non potremmo accogliere 500 studenti senza mettere a rischio “collasso” il sistema, anche sotto il profilo della sicurezza». Quanto all’apertura di nuove sedi, prevista dal concorso straordinario, secondo Cravotto, non dovrebbe aumentare la disponibilità di posti di lavoro perché il problema «è che i dipendenti sono sempre meno all’interno della singola farmacia». Il docente torinese resta, comunque ottimista sulla laurea in farmacia e Ctf. «La qualità dei nostri studenti è molto alta e va valorizzata e comunque il nostro corso di laurea rimane un buon corso di formazione. Poi, certo» conclude «le difficoltà occupazionali sono grandi e vanno affrontate sotto il profilo politico e organizzativo. Crescere nella mentalità è l’unico modo per essere competitivi».
Marco Malagutti
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