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Politica e Sanità

31 Ottobre 2013

Dall’Evo antico a oggi, una storia sull’essenza della farmacia


Luogo di educazione sanitaria nell’antichità, da quando è nata la terapeutica, centro di conoscenze scientifiche ma anche di cultura nel secolo dei lumi, punto di riferimento sanitario durante la seconda guerra mondiale. Un’evoluzione, quella della farmacia che è andata di pari passo con la storia della nostra cultura e della nostra civiltà, e dalla quale emerge la vera essenza di questa professione: quella di «essere con la propria scienza e coscienza a disposizione delle esigenze sanitarie della comunità, con animo e convinzione». Le parole sono di Giancarlo Signore, farmacista e storico, che a Farmacista33 racconta il suo libro “Storia della farmacia dalle origini al XXI secolo”, recentemente pubblicato con Edra – Masson (pagine 320, prezzo 25 euro). Il volume è frutto di una ricerca storica e documentale e traccia l’evoluzione dell’arte farmaceutica dall’antichità ai giorni nostri, passando attraverso epoche e testi, dalla civiltà egizia, all’epopea omerica, ai longobardi, alla rivoluzione francese, fino al dopoguerra, con un occhio anche al futuro della professione.

Dott. Signore, che cosa l’ha spinta a questo lavoro immenso?
Sono studioso di testi storici e a questa passione unisco un attaccamento all’ontologia della mia professione. Mio desiderio è stato cogliere quello che la farmacia ha significato nella storia e come si è evoluta fino ai giorni nostri. Il lavoro si è articolato in gran parte attorno allo studio dei testi originali, dalla piacevole lettura di Omero all’esegesi dell’Antidotarium Nicolai, delle Constitutiones di Federico II, del ricettario fiorentino, o dell’enciclopedia di Diderot e d’Alembert, passando anche attraverso testi che non sono conosciuti a molti, come l’editto di Rotari.

E come sapeva che vi avrebbe trovato riferimenti alla farmaceutica?
Anche in qualità di presidente emerito del Nobile Collegio-Universitas Aromatariorum, archivio fornitissimo che risale al 1429, conoscevo già questi testi. Il grosso del lavoro si può dire che lo avevo già in mente.

Che cosa distingue il suo testo da altre storie?
Oltre al lavoro sui testi originali, anche la metodologia: da storico parto dal presupposto che qualunque evoluzione o scoperta di un secolo è sempre la risultante del pensiero filosofico o di un grande evento che ha caratterizzato quel periodo. Tratto fondamentale di questo testo è che delinea il momento storico, le spinte commerciali, gli interessi culturali per poi inquadrarvi gli eventi evolutivi della farmacia. E poi si spinge veramente fino ai giorni nostri, toccando tematiche come il viagra, le vitamine, con encomi e critiche alla professione.

Un esempio di entrambi?
L’800 è stato un momento eroico per la farmacia. Nel proprio laboratorio ogni farmacista era dedito alla scoperta di principi o sali nuovi, alla riprova di quanto la comunità scientifica tramandava. Con i primi del ‘900 e l’avvento dell’industria la situazione è cambiata, ma nel secondo dopoguerra molte imprese, civili e militari, sono andate distrutte per i bombardamenti. Le farmacie hanno sopperito egregiamente alla mancanza di produzione di medicinali, dedicandosi anche allo studio, oltre che alla realizzazione, di farmaci di grande utilità per la comunità. Ed ecco la critica: proprio ai nostri giorni con troppa facilità si è abbandonato il laboratorio, l’aggiornamento professionale, per scivolare verso il mercato, verso l’arte di vendere più che del consiglio. Spesso si dice che la figura del farmacista è nata con le Constitutiones di Federico II. Questo è vero de iure, ma nella sostanza è presente già dai primordi della terapeutica secondo i principi ippocratici. Nel momento stesso in cui il farmacista si dedica alle preparazioni officinali, diventa educatore sanitario, proprio grazie al rapporto con il paziente, al consiglio. È questo ciò che il farmacista dovrebbe essere oggi: preparatore e dispensatore di farmaci, ma soprattutto educatore, una figura in grado di cogliere le esigenze della società.

Cito il capitolo finale del suo libro: “E per il futuro”?
La farmacia, se vuole chiamarsi ancora così, deve seguire un’unica strada, la professionalità. Mi auguro che sappia ritrovare questo aspetto, che deve essere il suo primo movens, per farlo convivere con la parte commerciale, come è sempre stato. Il testo poi termina con un appendice sui farmaci che hanno salvato la vita, come le vaccinazioni, la penicillina, l’insulina, il cortisone fino alle biotecnologie, e sull’aspetto sacro, i santi protettori della professione, dall’Arcangelo Gabriele a San Leonardi, farmacista a Lucca nel ‘600.

Un aneddoto tratto dai testi che ha studiato?
La lettura più divertente è stata Omero da cui ho cercato di estrapolare tutti i versi che attenevano a medici, farmacisti e alla sanità. E naturalmente nel corso di battaglie durate anni di malati e feriti ce n’è in abbondanza. C’è poi Elena di Troia, esperta di farmaci e veleni, che ha imparato quest’arte da una schiava egizia. Ma la lettura è interessante soprattutto in riferimento agli studi su Esculapio, dio greco: era non solo un grande medico ma anche divulgatore scientifico, che ha consentito a chiunque di diventare medico e farmacista, e a Ippocrate di essere il primo medico laico, che non curava cioè con l’aiuto degli dei, ma con una metodica simile a quella attuale.

Francesca Giani

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