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Politica e Sanità

17 Dicembre 2013

Parafarmacie, Scioscia: forti su consiglio in medicina naturale e nutraceutica


In un contesto in cui poco meno del 9% degli acquisti di parafarmaci avvengono in parafarmacia, il canale non riesce più a mantenere i prezzi competitivi della partenza, con un livellamento a quelli della farmacia, mentre si assiste a un riposizionamento dell’offerta verso la medicina naturale, la nutraceutica o prodotti per bambini, tutti settori che richiedono il consiglio e la relazione con l’assistito. A fare il quadro Giuseppe Scioscia, presidente della Federazione nazionale parafarmacie Italiane (Fnpi), a cui abbiamo girato lo spunto di riflessione arrivato dall’intervista di Laura Filippucci, responsabile Area inchieste su alimentazione & salute di Altroconsumo, su alcuni dati del Test salute 2013 sugli effetti della liberalizzazione. «Nei 6, 7 anni di esperienza della parafarmacia» spiega Scioscia «solo il 9% degli acquisti di parafarmaco si è spostato dalla farmacia al nostro canale. In questo contesto è diventato per noi sempre più difficile fare sconti e le ragioni sono soprattutto nel fatto che non si è rotto lo stato di monopolio della farmacia: le aziende farmaceutiche per esempio applicano alle parafarmacie un sistema di scontistica inferiore e spesso condizioni di pagamento meno favorevoli, anche a volte in contrassegno. Senza contare poi gli effetti di un modo di fare pubblicità che ci danneggia: dire per esempio che un determinato prodotto è acquistabile in farmacia crea confusione nel cittadino, che pensa di non trovarlo da noi, e lede la nostra immagine. Il resto lo ha fatto la crisi, che ha determinato un forte impoverimento dei nostri presidi, tanto che le chiusure sono sempre di più». Si assiste allora a un riposizionamento dell’offerta: «Aree come la medicina naturale, l’omeopatia, la nutraceutica, prodotti per l’infanzia sono diventate sempre più importanti per il nostro canale. Occorre considerare che, avendo meno clienti delle farmacie, il titolare ha spesso molto tempo a disposizione per il singolo paziente: ad andare sono soprattutto quei prodotti che richiedono il consiglio del farmacista e l’instaurarsi di un rapporto duraturo, di un dialogo con l’assistito, che ritorna sempre». Nel settore, la parte del leone la fa però sempre la farmacia: «È difficile scalfire l’appeal della farmacia, ma la nostra professionalità è sempre più riconosciuta». Detto questo, aggiunge Scioscia, alle parafarmacie è completamente preclusa la possibilità di affermarsi anche come presidi di salute, con l’attivazione di servizi, sia pure non in convenzione con il servizio sanitario: «Purtroppo la normativa è stata formulata facendo riferimento alla sola farmacia, lasciandoci tanto per cambiare fuori. In alcune Regioni, su iniziativa di singoli farmacisti, sono stati fatti accordi con le Asl: in Puglia per esempio per la distribuzione di prodotti per la celiachia o in Campania, anche con prodotti per la glicemia, o in altre zone con il Cup. Ma si tratta di iniziative isolate, per lo più in piccoli centri in cui c’è un rapporto di conoscenza tra personale Asl e titolari di parafarmacia». E in ogni caso la realtà della parafarmacia è di sofferenza: «Il fatturato medio delle parafarmacie si aggira intorno ai 180mila euro, contro il milione circa della farmacia: il che significa che il reddito medio dei titolari di parafarmacia è di circa 18mila euro. Torno a ripeterlo: dare ossigeno alle nostre attività non può che passare attraverso una liberalizzazione. Non potendosi fare in maniera totale, l’unico modo è condividere la fascia C con le farmacie, anche a fronte di una serie di regole che fissino la distanza tra parafarmacie e tra parafarmacia e farmacia, per esempio a 500 m».

Francesca Giani

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